Viaggio nell'Italia delle sconfitte

Patricelli analizza battaglie che hanno 'maturato' Paese

(ANSA) - ROMA, 22 NOV - MARCO PATRICELLI, L'ITALIA DELLE SCONFITTE. DA CUSTOZA ALLA RITIRATA DI RUSSIA (ED. LATERZA, PP. 303, 20 EURO) - E' un'analisi puntuale, per molti versi cruda, quasi spietata, quella che Marco Patricelli, storico attento e sempre scrupoloso, propone nel suo ultimo libro. D'altra parte lo stesso titolo suona più che eloquente: 'L'Italia delle sconfitte. Da Custoza alla ritirata di Russia'. Partendo dalle battaglie perse clamorosamente e con incredibile dilettantismo nella Terza Guerra d'indipendenza, l'autore trascina il lettore in una visione critica degli eventi negativi della neonata Italia, fino alla disfatta di Russia nella Seconda guerra mondiale, attraverso cinque eventi che, forse, hanno contribuito a insegnare qualcosa attraverso gli errori della storia e far 'maturare' il Paese.
    Partendo dalle sconfitte di terra a Custoza e di mare a Lissa, due inspiegabili 'batoste' nel giro di appena un mese (giugno e luglio 1866), Patricelli esamina il discredito militare che ne è derivato per l'appena nata Italia, in realtà un Paese frutto dell'annessione del resto della Penisola al Piemonte e per questo debole e poco coeso in un autentico spirito nazionale. A ciò si aggiunge la mentalità provinciale dei 'conquistatori' che, rimasti orfani dello statista Cavour, hanno sempre dimostrato di non essere all'altezza dei compiti politici e diplomatici degni di una vera nazione. Il contrasto tra generali, in particolare tra La Marmora e Cialdini, è certamente alla base della disfatta di Custoza, dove l'Italia si presentava sul campo con forze ben più consistenti di quelle austriache, riuscendo a perdere una battaglia già vinta. Di lì a poco l'Italia, grazie all'incapacità manifesta dello spocchioso ammiraglio Carlo Pellion di Persano, riuscì a farsi 'affondare' anche nelle acque dell'Adriatico pasticciando a Lissa grazie anche al mancato dialogo tra Persano, privo di benché minimo carisma e capacità di comando, e i suoi ufficiali.
    C'è chi ancora si interroga come si potesse affidare la flotta italiana a un personaggio noto per essere riuscito nella difficile impresa di far incagliare una goletta nelle profonde acque di Sardegna. Ancora approssimazione arriva dalla terra d'Africa nel 1896, quando ad Adua si andò incontro a una carneficina per non essere stati capaci di valutare le forze di Menelik II, ma anche perchè gli italiani mancavano di carte topografiche, di esperienza e di capacità decisionale. Anche qui a capo delle forze italiane c'era un generale, Oreste Baratieri, la cui carriera era essenzialmente dovuta alla confusione dell'Italia post-unitaria più che alla preparazione militare: semplice volontario con i mille di Garibaldi, ottenne poi per questo il grado di capitano nell'Esercito italiano dove riuscì a diventare generale. E fu mandato da Crispi a 'conquistare' allegramente l'Abissinia.
    Ventuno anni dopo arriva anche Caporetto, la sconfitta entrata nella fraseologia comune. Una disfatta incredibile, che mise a nudo l'incapacità di un generale come Cadorna ancora una volta intriso di quella perversa logica provinciale post-unitaria. E della stessa risma appare anche un comandante come Badoglio che, pensando di essere il principe di Condé prima della battaglia di Rocroi, va tranquillamente a dormire ben sapendo che le truppe austriache e tedesche stanno per attaccare. Poi la Seconda guerra mondiale, il male dei mali, con il disastroso attacco alla Grecia del 1940 nato dalle smanie di Ciano e Mussolini, stupidamente convinti di una superiorità che non c'era. E infine la campagna di Russia, una strage folle e insensata costata tante vite e tante sofferenze dal 1941 al 1943.
   

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