Storie di maternità negata

Camilla Ghedini dà voce a quattro donne immaginarie

   (ANSA) - BOLOGNA, 13 GIU - CAMILLA GHEDINI, "INTERRUZIONI" (GIRALDI EDITORE, PP.100, 10 EURO). La maternità negata o rifiutata, letta però come presenza, non come assenza.
    "Interruzioni", della scrittrice e giornalista ferrarese Camilla Ghedini, esplora la diversa maternità, dando voce a quattro donne immaginarie, tutte senza nome perché nella loro vicenda è racchiusa la storia di tante. Alternando la formula del dialogo e quella del monologo, in una sorta di flusso di coscienza, ogni capitolo manifesta ciò che appare contro natura.
    La prima protagonista ammette la propria abdicazione alla procreazione in quanto 'figlia' che conosce la pesantezza e l'infelicità dell'età adulta. "Amo Dio, la luce, le stelle. Amo me stessa e il figlio che non ho. E non l'ho perché lo amo". La seconda è un'infanticida che non chiede perdono e non attende redenzione, come prevederebbe un rassicurante copione. Non intende punirsi, castigarsi, non è straziata dal rimorso. "Lo uso anche io questo aggettivo, materno, perché rimango una madre. Si anche di un figlio ammazzato da me, rimango una madre perché ho partorito". La terza è una quarantenne malata terminale, che sul letto di morte tenta di spiegare - a una madre mai stata davvero tale - la decisione di rifiutare l'accanimento terapeutico, perché "il senso dell'esistenza non è nell'anagrafe, ma nei pieni e nei vuoti". L'ultima narra di un'interruzione di gravidanza e di una pancia vuota, "quella di sempre potrebbe dire qualcuno", che da quel momento diventa ossessione, desiderio, personificazione dell'infante Giulia.
    Ghedini squarcia, letteralmente, luoghi comuni. Le sue quattro donne scelgono con fermezza. Ma decidere, esercitare un diritto, come l'aborto, non sempre pacifica con la propria coscienza. Ciascuna delle protagoniste procura a se stessa una ferita che è interruzione di un'altra esistenza possibile. Che è dubbio permanente. Ghedini parla di viscere alle viscere. Sonda l'intimità, con un linguaggio essenziale, crudo, feroce, che appare vero e puro perché non provoca, semplicemente rivela l'inammissibile: che si può avere paura di non amare abbastanza chi esce dal proprio ventre. E si può essere privi di una sufficiente fiducia nell'esistenza per generare. (ANSA).
   

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