Franco Cordelli 'Una sostanza sottile'

Racconto tra arte e vita di un padre alla figlia

   (ANSA) - ROMA, 14 MAR - FRANCO CORDELLI, ''UNA SOSTANZA SOTTILE'' (EINAUDI, pp. 264 - 21,00 euro).
    ''La mia idea è che la nostra coscienza di questi meccanismi (dell'inganno e dell'autoinganno) è cresciuta, s'è fatta sottile sino allo spasimo... e ciò ci espone a rischi gravissimi'' scrive Franco Cordelli sin dall'inizio di questo suo ultimo libro, aggiungendo che più si scruta la consapevolezza di sé più si è ammirati, e più si è ammirati ''più si cade nella convinzione che la nostra coscienza ci salverà.... come se l'idea della salvezza, che sta in fondo a tutto, avesse un senso''. E proprio questo cercare un senso, un'anima, e coglierne l'inafferabilità è la sostanza, la ragione di questo racconto, che è anche la scoperta della malattia, della nostra fragilità, dopo aver ''visto, toccato, sfiorato'' la morte, sapendo che tornerà, che ''l'estate è finita''.
    Cordelli mette in scena il dialogo infinito, continuo tra un padre e una figlia, Irene, i quali è come cercassero di scoprirsi a fondo per la prima volta, adulti di due generazioni diverse segnati dalla vita, lui raccontando di sé, come a voler lasciare testimonianza, per quel che è possibile, tra lacerazioni e timori, tra oblii e ricostruzioni, su cui sempre riflettere, cerar di tirare fuori qualcosa di più alto, appunto un senso, spinto anche dalle curiosità e le domande di lei. I due sono in Provenza, che è ''sole e vento, silenzio e paura, e un immenso, interminabile labirinto di piccoli centri urbani .... bianchi e accecati dal sole, quasi non vi fosse un centro magnetico, come se anche il fiume rifiutasse di segnare una direzione e un orientamento''. E' una descrizione che corrisponde anche alla scrittura del romanzo, fatto più che di brevi capitoli, di giornate, quasi un diario di racconti, asserzioni, ricordi, riflessioni, divagazioni continue che sono appunto la sostanza e creano, più che il filo, la rete che intesse il libro, la narrazione autobiografica per finta, ad arte proprio perché sembri più vera: ''il mio discorso è in obbedienza alla circolarità, alle coincidenze, qualunque cosa esse significhino. Le cause imperscrutabili! In esse fermamente credo'', scrive, per concludere con chiarezza ''io mi reputo un analista'' e, in questa veste, può anche essere il malato che cura i mali dell'anima del suo medico. E le divagazioni sono un posto, uno spettacolo teatrale, una lettura, una donna, un ricordo, la malattia, gli ospedali e i medici, tutto ciò che ha sostanziato la vita di Cordelli, che appunto, senza parere, comunque traccia un bilancio, conscio che ''il problema del fallimento sempre sussiste'', ma anche che ''è per questo che esistono i romanzi, per farci notare che i casi universali sono prima di tutto casi personali''. Dobbiamo notare a questo punto che Irene, certo non a caso, viene dal greco e vuol dire ''pace'', mentre tra gli autori più citati troviamo Lao-tzu, autore del ''Libro del Tao'' ovvero dello spirito vitale (e Tao si chaima un centro di analisi dove il protagonista dovrà recarsi periodicamente dopo il ricovero) ma assieme anche del discorso ragionevole; poi c'è l'amato Leibniz, il filosofo, tra l'altro, della conoscenza fisica e razionale (''nulla è nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi, tranne l'intelletto stesso'' - e Cordelli annota ''io scrivo con il corpo'') ma da cui viene anche l'affermazione ''ogni romanzo è una teodicea'', ovvero è il male sostenendo creato per giustificare la divinità, l'Artefice, lo scrittore. E lo scrittore è conscio che ''si danno storie di per sé significative, ma ho capito che quasi sempre ciò che conta, conta per come è scritto, per l'anima sua''.
   

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