Miles racconta gli 'Scarti' del mondo

Tre vite diverse, romanzo di incastri e rimandi sino alla fine

(ANSA) - ROMA, 8 FEB - JONATHAN MILES, ''SCARTI'' (MINIMUM FAX, pp. 580 - 18,00 euro - Traduzione di Assunta Martinese).

    Abbandono, rottamazione, scarti sono i temi che sottostanno a questo grande (anche per numero di pagine) romanzo americano, in cui il grande sogno di libertà si è trasformato in spazzatura, ''l'unica cosa sincera prodotta dalla nostra società'', residui che sono invece una vera ricchezza e possono bastare per vivere, basta saperli riutilizzare, e in cui solo, forse, è il senso della civiltà consumistica moderna.

    Dal teatro dell'armeno francese Arthur Adamov col suo razzista sudafricano anni '60 per cui i negri sono spazzatura sino al Paolino dello scrittore Ugo Riccarelli, spazzino e alla fine rifiuto della società lui stesso nel romanzo del 2000 ''Stramonio'', il tema non è nuovo e va ricordato soprattutto il capolavoro di Don De Lillo ''Uderworld'', un ritratto impietoso della società americana che nei rifiuti lascia la parte più interessante di sé e su di essi, contro di essi costruisce la propria civiltà. In fondo su questo tema torna ora Miles, ex giornalista del New York Times e già autore di un romanzo, ''Dear American Airlines'' sul senso di abbandono e di vanità del mondo d'oggi, di chi si sente dimenticato e ai margini pur vivendo al centro.

    Un po' come Talmadge, protagonista ai questo nuovo racconto, che vive da ''freegan'', vegano gratis, cercando sotto la neve tra i sacchi dei rifiuti dei grandi ristoranti newyorkesi quel che è ancora mangiabile e non di origine animale, da dividere con la sua convivente Micah con cui occupa abusivamente un appartamento abbandonato in cui sopravvivono fumando erba, che non obnubila la mente di Talmadge, ma anzi lo rende lucido nelle sue analisi appena allucinate del mondo che lo circonda, che gli appare ''una griglia di riferimenti interconnessi, in cui ogni cosa è collegata a ogni altra''. E la scrittura e struttura del narrare di Miles ha la stessa forma, abile e avvincente nei suoi rimandi, riflessi e colpi di scena, agganci imprevisti tra le tante storie e le tre principali che racconta, facendole scorrere parallele, eppure spesso consonanti, e che solo proprio alla fine, in modo provocatorio e riflessivo, trovano un senso e si incastrano tra loro. Con Talmadge i protagonisti sono Elwin Cross, docente di linguistica che si occupa di lingue morte, incapace di reagire all'abbandono della moglie e all'Alzheimer che sta impadronendosi di suo padre abbandonato in un ospizio per anziani, e Sara Tetwick, bella quarantenne in difficoltà con una figlia adolescente dopo essere rimasta vedova in seguito all'attentato dell'11 settembre e che solo dopo la morte del marito scopre in alcuni scatoloni abbandonati come questi la tradisse e chi era veramente. Sono tre figure costruite con spessore e intelligenza, tre esseri umanissimi, tre storie ricche in cui appunto il sentirsi abbandonati e ai margini (Elwin: ''Il mondo mi sta buttando via, mi sta seppellendo''), l'essere rimasti soli, l'idea di rottamazione tornano sotto mille aspetti e avvenimenti, dai resti di un cervo ammazzato investendolo in auto a una macchina da buttare perché i pezzi di ricambio costano più del suo valore, al troppo grande seno nuovo di Sara che lo vorrebbe rifiutare e al suo nuovo marito che campa riscuotendo fraudolentemente debiti scaduti, o l'incarico a Elwin di trovare come comunicare ai posteri il pericolo di depositi di scorie radioattive, solo per fare degli esempi.

    Esistenze in cui i detriti del passato vanno trovando un senso nel presente e in cerca di un futuro, vite sofferte nella propria resa dei conti, eppure capaci alla fine di riciclarsi, mentre Miles, con una scrittura ricca e avvincente, dalle frasi molto articolate e all'inseguimento dei particolari, porta avanti il suo discorso etico sullo spreco, ma immaginando una possibilità di salvezza.
   

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