Quilici, Grandi uomini, piccoli padri

Galileo, Rousseau, Manzoni, Tolstoj, Einstein, Chaplin e i figli

(ANSA) - ROMA, 4 NOV - MAURIZIO QUILICI, 'GRANDI UOMINI, PICCOLI PADRI' (Fazi Editore, pp. 239, euro 16,50).
    Genio e paternità, due parole che, insieme, sono naturalmente portatrici di vicende esistenziali complesse. Un binomio che non è difficile immaginare inconciliabile, ma per quanto la fantasia possa esercitarsi liberamente non si arriva ad ipotizzare nel dettaglio quanto funesta può essere la convivenza con la propria prole per uomini che hanno fatto la storia della letteratura, della filosofia, della scienza. Benvenuto quindi 'Grandi uomini, piccoli padri', il libro in cui con maniacale determinazione e giusto distacco Maurizio Quilici mette a nudo le biografie di non grandi ma grandissime menti, nel loro rapporto con i figli, troppo spesso vittime innocenti dell'eccesso di genialità.
    Abbandonati, maltrattati, dimenticati, lasciati a morire soli e magari di stenti nonostante, spesso, dimostrassero per questi padri-geni un affetto e una devozione infiniti.
    Un lavoro enorme di ricerca che l'autore ha la capacità di riassumere con verve giornalistica in sei vite condensate in minisaggi che sono come indagini processuali. Sei capitoli dedicati rispettivamente a Galileo, Rousseau, Manzoni, Tolstoj, Einstein e Charlie Chaplin. Storie pesanti narrate con leggerezza per mettere a fuoco la vita di geni assoluti, uomini noti a tutti per le loro opere, la loro arte, le loro scoperte, che hanno segnato e accompagnato la storia dell'umanità eppure, come si scopre nel libro di Quilici, assolutamente misteriosi se si va a indagare il lato privato della loro esistenza.
    Misteriosi nel senso che nel rapporto con i figli hanno spesso tenuto atteggiamenti palesemente contradditori rispetto alle loro teorie, pure caparbiamente inseguite negli scritti e nella vita pubblica. Così, senza voler entrare troppo nei dettagli del volume che da questo punto di vista è una scoperta, basti pensare ad uno dei protagonisti, quel Jean-Jacques Rousseau, padre della pedagogia, che ebbe ben cinque figli da Thérèse, donna di umili origini disprezzata e sposata solo dopo molti anni. Tutti e cinque i bambini, senza esclusione, furono abbandonati per sua volontà appena nati all'Ospizio dei Trovatelli per finire tra gli orfani. Senza mai cercarli, senza rimpianti. Al punto che quando qualcuno come la signora di Luxembourg, moglie del Maresciallo di Francia, decise di adottare il primogenito, l'unico a cui era stata affidata una traccia per poi eventualmente ritrovarlo, non riuscì nemmeno a farlo perché all'orfanatrofio non se ne sapeva più nulla.
    Questo era Rousseau, lo stesso uomo che nell'Emilio aveva scritto: "Colui che non può compiere i doveri di padre non ha neppure il diritto di diventarlo. Non ci sono né povertà, né lavori, né rispetto umano che lo dispensino dal nutrire i suoi bambini e dall'educarli lui stesso". Ma, viene da chiedersi, un piccolo padre può dirsi in ogni caso un grande uomo? (ANSA).
   

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