La scalcinata banda Tevere di Selvetella

Romanzo criminale romano, serio, sentimentale e ironico

       (ANSA) - ROMA, 2 GIU - YARI SELVETELLA, 'LA BANDA TEVERE' (MONDADORI, pp. 248 - 17,00 euro).
    Un romanzo criminale in cui c'è tutto lo spirito di adattamento, l'accidia e l'approssimazione, l'ironia e i sentimenti dei romani, quindi una storia gialla, più che noir, che coinvolge e fa tenerezza, che fa ridere e racconta qualcosa su chi deve arrangiarsi per sopravvivere, sul fare il padre con una figlia difficile, sull'amare e sfidare le avversità quotidiane. Yaris Selvetella, autore con Cristiano Armati di una narrazione cronaca di ''Roma criminale'', si diverte a costruire con gusto e abilità questa storia realistica e fantastica assieme, per la quale qualcuno ha citato ''I soliti ignoti'' e i film di Risi e Monicelli.
    Protagonista è Mario Urbani, detto 'Tevere' perché un giorno, per sfida, si tuffò nel fiume da Ponte Sant'Angelo come il celebre Mr. Ok. Erano giorni in cui faceva il proprio apprendistato di duro e organizzava colpi col compagno di quartiere, fino a quando una rapina finì male. Oggi Tevere ha una cinquantina d'anni, è appena uscito di galera senza un euro in tasca ma con le migliori intenzioni di fare una vita tranquilla nella sua casa-baracca a Tor de' Schiavi. Il suo amico ha fatto strada e ha allargato i tentacoli su tutta la zona di Centocelle, tanto che ora lo chiamano il Polpo. Tevere è un uomo di un qualche fascino e di sentimenti, così che la visita della figlia Monya, che studia all'università e si rifà viva per chiedergli aiuto perché è incinta e pensa che il padre, dopo tanti casini, debba darle una mano, naturalmente economica, lo mette davanti alle sue responsabilità e sensi di colpa. Ma nella sua incapacità, indigenza, e solitudine non riesce a trovar di meglio che pensare a un buon colpo rimettendo assieme la sua vecchia banda e cerca di rimettersi in contatto con Mario Bombay - che sogna di costruirsi un chiosco in riva al mare- con il Fachiro, 'Nduja e soprattutto con Michele l'ingegnere, testa razionale e mago dei sistemi elettronici dalla vita borghese tentato dai soldi. Ma non basta, bisogna anche pensare a cosa fare, a tenere a bada il Polpo che vuole mettere le sue mani ovunque e li minaccia. Per fortuna si fa vivo il misterioso Rashid a fare loro una allettante proposta.
    Sarebbe ingiusto raccontare di più di questo aspetto della vicenda, ricco di colpi di scena, sorprese, suspance, mentre bisogna attirare l'attenzione su come la storia prenda spessore dal racconto delle vicende umane di Tevere soprattutto e leggerezza dal tono e la scrittura di Selvetella. Ecco allora comparire, tra gli altri ma con un suo rilievo particolare, una avvocatessa in carriera, Marilena De Rosa detta Milly che ha dei trascorsi con lui, e l'ispettore della polizia Mario D'Amato che invece ha conti in sospeso con la banda, che risalgono proprio ai tempi della rapina finita male col Polpo. E anche qui non mancheranno sorprese, tra necessità, responsabilità e sentimenti. Sino alla fine: ''Allora sì che poterono ridere tutti. Rise perfino 'Nduja che, con somma discrezione, sfilò la canna accesa dalle mani del fachiro, trattenne a lungo il fiato nei polmoni, gliela riconsegnò. Anche Michele rise, per mascherare il colpo che gli era preso con gli spari. Tevere era ottimista. Quei disperati senza futuro erano la sua banda''.
   

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