Pamuk consiglia fascinoso romanzo turco

Surreale, divertente, avvincente opera di Ahmet Hamdi Tanpinar

    (ANSA) - ROMA, 9 DIC - AHMED HAMDI TANPINAR, ''L'ISTITUTO PER LA REGOLAZIONE DEGLI OROLOGI'' (EINAUDI, pp. 450 - 22,00 euro - Traduzione di Fabio Salomoni).
    A casa, sua madre, la chiama ''il santo'' quella pendola dallo spirito assolutamente indipendente che troneggiava nella sua abitazione da ragazzo, non tollerando ''né riparaziono, né regolazioni; incarnava un tempo speciale, lontano dagli uomini'' mettendosi a suonare all'improvviso e poi per mesi lasciando sentire solo l'oscillare del suo pendolo. E' tutto lì, l'inizio, la passione assoluta per gli orologi di Hayri Irdal che ha condizionato la sua vita, si è fatta ossessione per il tempo, sino a quando, settantenne, ha deciso di scrivere una sorta di autobiografia, le sue avventure, di vita e esistenziali.
    Il romanzo di Ahmet Hamdi Tanpinar, nato a Istanbul nel 1901, dove muore d'infarto nel 1962, è stato insegnante e poi parlamentare turco, prima di dedicarsi alla scrittura, soprattutto poesie racconti, mentre il suo capolavoro, pubblicato a puntate nel 1954, arriva in libreria solo postumo e a indicarlo a Einaudi per una traduzione in italiano è stato il Nobel Orhan Pamuk, che lo considera il padre della moderna letteratura turca. Si intitola ''L'istituto per la regolazione degli orologi'', che risulta dal racconto ideato e creato da Halit il regolatore, facendone un importante e pletorico ente inutile dove lavora il nostro Irdal, ma anche diventando, letterariamente, una bella metafora orwelliana del controllo totale impossibile, della ricerca di un ordine, degli sforzi di ogni regime totalitario, inevitabilmente pieni di falle.
    Un libro surreale e fantastico, pur nel suo parlarci di una vita quotidiana, ma in cui accadono le cose più incredibili, che cambiano il destino del protagonista, ora regalandogli impreviste e grandi fortune, ora precipitandolo indietro, spesso solo per come lui stesso agisce, per una parola che gli sfugge su cui, ricamando, viene costruita una menzogna che lo distrugge. Con il tempo sono infatti le parole il vero protagonista di quest'opera particolare, modernissima e fascinosa per una sua aria come fuori dal tempo. Anche il racconto, la stupefacente scrittura di Tanpinar, ambisce a una sorta di controllo che è come gli sfuggisse di mano, si facesse virtuale, pura storia narrata che però esce da ogni regola, come l'esistenza stessa di Irdal, tanto che cercar di riassumere questo romanzo è praticamente impossibile. Basti ricordare la vicenda del dottor Ramiz, che vuol portare la psicanalisi tra i turchi e tiene una conferenza sul valore di sogni, in cui tutti si addormentano uno dopo l'altro, oratore compreso. Certo è che probabilmente, misconosciuta, questa è una delle grandi opere eccentriche del Novecento, piena di allusioni e influenze, ma cui viene data una veste personalissima e tutta tragicomica, avvincente per il lettore, piena di storie come è, e piena di una curiosa filosofia scientifica: ''L'orologio è lo spazio, e il suo movimento è il tempo e la sua regolazione è l'uomo: ciò dimostra che nell'uomo il tempo e lo spazio coesistono'', come afferma l'anziano orologiaio speziale Nuri Efendi, uno dei maestri di Irdal, con echi quasi einstaniani.
    Il gioco è tutto lì, quando gli uomini non hanno più calcolato il tempo col sole, ma con l'orologio si sono ''allontanati dalla natura. Hanno cominciato a calcolare un tempo indipendente'', che appunto non può essere lasciato a se tesso, in balia degli orologi, ma va regolato, controllando tutto quanto ha a che fare con gli orologi stessi, da quelli di strada a quelli venduti nei negozi e così via, in un crescendo di tentativi di arrivare ovunque, della cui inutilità il nostro protagonista è ben conscio. Il tutto nelle atmosfere, suggestioni e vicende dell'Impero ottomano di metà Ottocento, raccontate con una vena di malinconia nostalgica. ''La storia dell'Arte, in fondo, è la storia di quei miliardi di tentativi - per loro stessa natura fallimentari - di dare una casa al tempo e allo spazio pur lasciandoli nella loro abissale infinitezza'', come annota Andrea Bajani in una sua breve nota introduttiva.
    (ANSA).
   

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