Goli Taraghi, dall'Iran con leggerezza e felicità

L'altra faccia del Paese, sullo sfondo la rivoluzione khomeinista

(ANSA) - TRIESTE, 1 DIC - GOLI TARAGHI - LA SIGNORA MELOGRANO (CALABUIG, PP. 269, 14 EURO). L'Iran della scrittrice Goli Taraghi non è quello cui ci hanno abituato i mass media. E' un Paese difficile, molto contraddittorio con estremismi rilevanti e palesi ma anche con ampi spazi per la felicità, la tolleranza, la serenità. Nei suoi racconti, raccolti nel libro "La signora melograno" (che inaugura il marchio Calabuig), Taraghi tratteggia profili, narra vicende familiari, descrive l'ostilità di un Paese straniero (la Francia) che non riconosce uguali diritti ai migranti e agli autoctoni, insomma l'universo comune a tantissime realtà del globo.
    Ci sono adolescenti incontenibili e contenti, padri troppo severi e ladri gentiluomini in un contesto poverissimo: quadretti riusciti da un'ottica narrativa, garbati e completi, mentre emarginati, sullo sfondo, ci sono tutti gli avvenimenti anche terribili che hanno attraversato e segnato gli ultimi decenni della storia dell'Iran. Da Mohammad Mossadeq allo Scià qajar, da Khomeini ad Ahmadinejad il Paese è stato di volta in volta investito da ondate di violenza e ribaltamenti.
    Goli Taraghi (classe 1939) sembra aver creato intorno a sé una delicata bolla di sapone che l'ha messa al riparo da ogni pericolo. Nei suoi scritti è operata una sorta di rimozione: la penna descrive, con grande ironia, come mamma, figlia e nonna siano costrette a riorganizzarsi la vita, l'occhio è puntato sui loro beni materiali, sulle divertenti, rissose dinamiche familiari; distante, con un delicato inciso o una rapida sintassi, si apprende che oltre la porta di casa si sta consumando la rivoluzione khomeinista. Non solo disordini e ferocia: le guardie restringono le libertà personali, l'economia crolla, la società viene ribaltata dalle fondamenta. Un baccano che rimbalza sul lato esterno dei vetri; al di qua entra solo, con gentilezza e imbarazzo, un uomo che dichiara di essere un ladro, non di professione ma per fame. Un marito e un padre che ha perduto il lavoro e per sopravvivere compie furti nelle case promettendo di restituire il bottino una volta che le sue condizioni economiche glielo permetteranno.
    Poi, sempre nella buona traduzione dal persiano di Anna Vanzan, c'è il piccolo cammeo che da il titolo al libro, La signora melograno. Una anziana signora che non si è mai allontanata dall'isolato villaggio dell'interno vivendo dei frutti della sua terra, decide di raggiungere i figli emigrati in Svezia. La prima tappa del viaggio, dal villaggio a Teheran, è molto impegnativo e stancante ma non è nulla rispetto a ciò che l'aspetta per raggiungere in aereo Parigi e da lì la Svezia.
    E' vero, la scrittrice appartiene a una classe colta e ricca, ha studiato tra Iran e Stati Uniti, il suo esilio a Parigi per sfuggire all'oscurantismo di Khomeini non è compiuto con barconi o negli interstizi di un tir. Ma è stata una delle poche scrittrici del suo Paese, sfidando la censura, e, ancora oggi ne parla con commozione, suddividendo gli iraniani in "noi e loro", spiega, noi che vogliamo vivere e loro, "la parte nera, di sofferenza, di durezza". La speranza è riposta nei giovani: "Loro pensano in questo modo: siamo giovani, vogliamo essere felici". (ANSA).
   

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