Alla mia piccola Sama, in sala il docu toccante su Aleppo

Premiato a Bafta e Efa, candidato a Oscar, è lettera d'amore

  Con il patrocino di Amnesty International Italia e in collaborazione con Medici senza frontiere è in sala con Wanted Cinem, dal 13 febbraio, il documentario candidato all'Oscar, vincitore tra l'altro ai Bafta e agli Efa, "Alla mia piccola Sama", passato anche al Festival di Cannes. Con la voce di Jasmine Trinca, il film di Waad al Kateab e Edward Watts è tanto duro quanto indispensabile, per capire l'evoluzione della politica del regime di Bashar al-Assad durante la rivoluzione siriana ad Aleppo dal 2005 al 2016. Una sorta di microstoria che nasce da immagini forti e dalle lettere a Sama, figlia della stessa regista siriana Waad al Kateab in cui racconta il perche' alla fine sia rimasta in Siria nonostante l'inferno intorno. Cinque anni in cui questa donna si e' innamorata, sposata e ha dato alla luce Sama dentro l'orrore della guerra. Sama significa "sole", speranza, e cosi' non a caso Waad al Kateab e Hamza, suo marito e medico, rimangono ad Aleppo anche quando tutti se ne vanno, anche gli uccelli. "I nostri canti coprivano il suono delle bombe - ha detto la regista a Cannes dove il film è stato presentato in anteprima mondiale - . La vita va avanti e batte ancora piu' forte quando in ogni momento tutto sembra essere perduto. Dopo il bombardamento del secondo ospedale da parte degli aerei russi, i bambini dipinsero sulle carcasse degli autobus ancora fumanti.
    Restare e' dare un esempio a questi bambini e ai loro figli e dimostrare che non tutto e' stato fatto invano". Nel film la commovente storia della coppia di giovani coniugi siriani che si battevano contro il regime di Assad - lui medico, lei cineasta - da un certo momento in poi diventa memoria della loro vita alla figlia che sta per nascere. Ne viene una sorta di video-diario intimo di un tempo in cui guerra, rivoluzione, speranze e terrore si sommano in un ritratto sconvolgente della Siria raccontato dall'interno di una società in drammatica trasformazione. La storia di Waad inizia nel 2012, quando da studentessa alla Aleppo University decide di scendere in piazza per protestare contro la terribile dittatura di Bashar al-Assad.
    Da quel momento, per cinque anni, documenta con la macchina da presa gli anni della rivolta, la sua vita. La sua camera raccoglie storie tragiche di perdita ma anche incredibili momenti in cui protagonista è la vita che continua, la sopravvivenza. Il dubbio di Waad pervade tutto il film: partire o restare. Fuggire significherebbe proteggere la vita di sua figlia ma anche abbandonare la lotta per la libertà per la quale ha già sacrificato così tanto.
    "Questo non è solo un film per me, è la mia vita - ha spiegato la regista - Ho iniziato a raccontare la mia storia personale senza avere un piano, solo filmando le proteste in Siria sul mio cellulare, come facevano tanti altri attivisti. Non avrei mai immaginato dove mi avrebbe portato il mio viaggio. Ho continuato a vivere la mia vita. Mi sono sposata e ho avuto una figlia. Mi sono ritrovata a cercare di bilanciare diversi ruoli: Waad madre, attivista, giornalista, cittadina e regista.
    Tutte queste parti di me hanno incarnato e portato avanti la mia storia, che non è così diversa da quella che hanno vissuto la maggior parte dei miei concittadini. Centinaia di migliaia di siriani hanno vissuto e continuano ancora oggi a vivere le medesime esperienze. Colui che ha commesso questi crimini è ancora al potere e sta uccidendo persone innocenti. La nostra lotta per la giustizia è rilevante oggi, come lo era quando è iniziata la rivoluzione.
    Realizzare il film è stato davvero difficile, ma ho avvertito una grande responsabilità verso la città, la sua gente e i nostri amici affinché le loro storie non venissero mai dimenticate e nessuno potesse mai distorcere la verità rispetto a ciò che abbiamo vissuto". (ANSA).
   

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