La bambola assassina è un bimbo robot

Male e società schiava tecnologia nel reboot dell'horror cult

Sull'onda della curiosità ma anche della nascita dell'hashtag #notmychucky, da parte di chi rifiuta il reboot ancora prima di vederlo, ha debuttato il 19 giugno con Midnight Factory (Koch Media) nelle sale italiane (negli Usa arriva il 21), La bambola assassina, nuova versione, diretta da Lars Klevberg (Polaroid), dell'horror cult realizzato nel 1988 da Tom Holland. Protagonisti del reboot sono Aubrey Plaza, Gabriel Bateman e per la voce originale del terrificante giocattolo, Mark Hamill.
    Il film di oltre 30 anni fa era diventato un inaspettato successo al botteghino che ha dato il via, con i produttori originali, non coinvolti nel reboot, a una serie di sequel e presto, pare, anche a una serie Tv. Un filone dal quale si stacca nettamente il film di Klevberg (vietato ai minori di 14 anni), che mette da parte il voodoo all'origine della trasformazione malefica del primo Chucky (nome del bambolotto).
    Qui si vira su un mix, molto di moda, di slasher horror e satira sociale nel quale il nuovo Chucky (resta la divisa classica, di maglioncino pluricolorato e salopette jeans) è una bambola ipertecnologica più simile a un robot, pronto a 'imparare' come un bambino, figlio di una società 2.0 ancora profondamente ingiusta e alienante. Come evoca il titolo originale, 'Child's play', rimasto invariato nel reboot (realizzato dai produttori del nuovo It), rimane centrale il legame tra il bambolotto e il bambino al quale viene regalato, Andy (Bateman), qui un quasi adolescente solitario e sensibile che fatica ad aprirsi. Sua madre Karen (Plaza), single che lavora come commessa in un grande magazzino, non sospetta che quel Chucky 'difettoso' e senza freni che ha regalato al figlio, diventerà sempre più geloso dell'affetto di Andy e non si farà scrupolo di eliminare nei modi più cruenti chi pensa ostacoli il loro legame. Klevberg si diverte a mescolare gli assassinii con la presa in giro di una realtà di case sempre più domotiche nella quale dominano device per ogni classe e età, che ci rendono sempre più spiati e controllabili.
    Il regista, disseminando la storia anche di citazioni cinefile, dai classici dell'horror a E.T e i Goonies, rallenta nella prima parte il ritmo, preferendo comprimere nella seconda parte il bagno di sangue e la resa dei conti.
    "Penso che un grande film horror si connetta in qualche modo alla propria generazione - spiega Klevberg a Cbr -. Lo squalo parla dell'essere spaventati da qualcosa che non si conosce ed è lo stesso con Alien. Allo stesso modo, nel film parlo di tecnologia e di come si passi su tutto un altro livello quando si cerca di farla assomigliare all'umano. Un elemento che trovo interessante e che sarà sempre più presente con i robot".
   

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