Due piccoli italiani, la favola di Sassanelli

Esordio alla regia on the road dalla Puglia all'Islanda

(ANSA) - ROMA, 13 GIU - Una favola semplice e onesta quella che racconta 'Due piccoli italiani', opera prima di Paolo Sassanelli in sala dal 14 giugno con Keyfilms. Il film, interpretato dallo stesso Sassanelli, Francesco Colella, Rian Gerritsen e con la partecipazione amichevole di Dagmar Lassander e Totò Onnis, racconta il viaggio naif, dalla Puglia fino all'Islanda, di due psicolabili appena fuggiti da una residenza sanitaria assistenziale pugliese.
    Si tratta di Salvatore (Francesco Colella), lucido ma non troppo, e Felice (Sassanelli), fragilissimo psicolabile, quasi un bambino, con derive autistiche, ossessionato da una compulsiva voglia di trovare la madre. Due veri amici, Salvatore e Felice, che, per tutta una serie di circostanze, si ritrovano in fuga nel mondo dei 'normali'. Arrivano prima in Olanda, a Rotterdam, dove incontrano la dinamica e bulimica Anke (Gerritsen), assistente di un'imprenditrice erotica di nome Eva (Marit Nissen, nella vita moglie di Sassanelli). E poi per i due è sempre fuga, ma questa volta verso la cupa Islanda quando ormai hanno già cominciato a scoprire una certa felicità e maggiore fiducia in se stessi. Il film, una produzione Mood Film con Duo Productions e Rai Cinema e il contributo di Eurimages, spiega a Roma Sassanelli, "nasce da una piece teatrale messa in scena da me trent'anni fa in un teatrino di Roma che raccontava una storia simile. Ma - ci tiene a dire l'attore - non volevo farne una commedia né un film drammatico, piuttosto una favola poetica contemporanea con protagonisti queste due fragili creature".
    Dopo aver realizzato due corti, dice l'attore di Un medico in famiglia e L'ispettore Coliandro, "era per me diventata un'ossessione quella di fare un film vero e proprio".
    Come capita sempre, anche tanta autobiografia in Due piccoli italiani: "Molte cose del film vengono dalla mia infanzia - racconta Sassanelli -, la storia di uno nato in Puglia ma che ha vissuto da ragazzino a Milano. Qui a me e mio fratello ci chiamavano 'terroni', ci prendevano in giro, e poi, sempre a quell'epoca, avevamo un comune amico che a un certo punto sparì del tutto perché, come abbiamo saputo dopo, aveva problemi di schizofrenia. Credo, infine, che Basaglia sia stato un grande, un visionario e oggi, in questi momenti brutti che viviamo, abbiamo bisogno di visionari come lui". 
   

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