Barbareschi è Cyrano per i 100 anni dell'Eliseo

Storia d'amore quasi rap e molto spettacolare con 24 attori

Molto spettacolare con ricche scene d'effetto, costumi teatralissimi, 24 attori, questo 'Cyrano de Bergerac' di Edmond Rostand scelto da Luca Barbareschi, che veste i panni del protagonista, per festeggiare e aprire alla grande la stagione dei cento anni del Teatro Eliseo.

Lavoro antico e moderno, quasi l'ultimo testo teatrale di qualche rilievo scritto in versi rimati e assieme, come già annotò Valerio Magrelli, una sorta di rap ante litteram che racconta di una rivolta contro un mondo governato dal calcolo, dal piegare la testa ai potenti per averne favori, quindi ancora molto attuale, portando in scena una storia d'amore contrastata, appassionata e infine drammatica, in cui il protagonista mette parole, cuore e anima e il suo antagonista ne diventa il simulacro fisico, la maschera in un gioco d'ombre quasi pirandelliano. Cyrano è un gran spadaccino, cadetto di Guascogna dal carattere indipendente e valido poeta, irruente quanto di fini sentimenti, ma brutto, deturpato da un gran naso che nessuno deve mai nemmeno nominare se non vuol trovarsi davanti alla sua lama, e quindi non osa mai rivelarsi a una donna, tantomeno alla cugina Rossana di cui è innamoratissimo e la quale invece, con innocente crudeltà, gli chiede di proteggere Cristiano de Neuvillette, della cui bellezza si è invaghita e teme venga maltrattato dai rudi cadetti di cui novizio si trova far parte. Per amore lo farà sino alla fine e oltre, approfittando però dall'incapacità di esprimersi di questi, per mettergli lui in bocca e in lettere ardenti i propri profondi sentimenti per la donna che segretamente ama, creando così una situazione difficile e di cui rimarrà prigioniero, dopo la morte (quasi un suicidio ?) di Cristiano all'assedio di Arras.

Barbareschi non poteva trovare un personaggio che per tanti versi gli somigliasse più di questo e basti pensare, oltre a quanto della sua storia si conosce pubblicamente, a quando portò in scena quel suo autobiografico 'Cercando segnali d'amore nell'universo' per rendersene conto. "Mi piace dispiacere", afferma Cyrano, poi dichiara la sua libertà in una sequela di "No, grazie" a ogni atteggiamento troppo conformistico, è cadetto sbruffone e provocatorio, ma anche persona che vive i sentimenti non superficialmente. Per ora, in una prova comunque di bravura d'attore e vitalità, sembra squilibrare il personaggio più verso la sua parte guascone che su quella umana e sensibile. Ma siamo alle prime e impegnative repliche e siamo sicuri che Barbareschi troverà via via i suoi propri "segnali d'amore" giusti, la forza intima per dar misura e verità coinvolgente a questa storia. Così come si scioglieranno certi nodi di movimento dell'affollato e rutilante inizio, che già le pur belle scene (di Matteo Soltanto) che si muovono a vista non aiutano la leggerezza dell'insieme, perché la parola poetica risalti libera e protagonista nella sua dolce forza, sullo sfondo di quella bella quadreria seicentesca che sembra moltiplicare i giochi di finzione, rappresentazione e recita del teatro e di Cyrano stesso.

Con Barbareschi meritano di essere ricordati e applauditi tutti, a cominciare dalla ottima Rossana di Linda Gennari e le insofferenze del Cristiano di Duilio Pacello, il bel piglio del De Guiche di Thomas Trabacchi, umanità e colore del Le Bret di Massimo De Lorenzo e del Ragueneau di Duccio Camerini.

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