Ferruccio Soleri, mi congedo da Arlecchino

'Mai stato stanco', spettacolo continuerà con Enrico Bonavera

MILANO - "Ferruccio, io non capisco. Tu invecchi, ma il tuo Arlecchino è sempre più giovane. Ma come fai?" diceva Strehler a Ferruccio Soleri. Sono passati più di 20 anni e per il quasi ottantanovenne attore fiorentino, menzionato nel Guinness dei primati per la più lunga performance di teatro nello stesso ruolo, è arrivato il momento di congedarsi da uno spettacolo di cui - dice all'ANSA - "non sono mai stato stanco". Gettare la maschera di Arlecchino, che ha indossato per l'ultima volta lo scorso anno, "è una cosa che ho voluto concordare con il Piccolo, ormai - constata l'attore fiorentino - ho 89 anni".

Era il 1960 quando, in una serata al New York City Center, Soleri si calò per la prima volta nei panni del servitore di due padroni, andando poi a sostituire Marcello Moretti una volta alla settimana fino a quando, nel 1963, il ruolo diventò suo. In questi 58 anni Arlecchino ha totalizzato 2283 recite in Italia e più di 700 nel mondo, per un totale di 2949 repliche. Un prodigio di longevità teatrale che lo stesso Soleri non si sa spiegare: "Non so come ho fatto, sicuramente ho un buon dna e sono fortunato, ma ho anche fatto tanta ginnastica e lavoro sul corpo, con 20 minuti di marcia continua ogni giorno". A livello mentale, nessuna stanchezza: "I panni di Arlecchino non mi sono mai stati stretti, avevo tanto successo che - scherza - chi se ne frega. E poi quello dell'attore è un mestiere, fare altre cose va anche bene, ma non fare Arlecchino no, non sono mai stato stanco".

Di soddisfazioni, d'altronde, negli anni Soleri ne ha avute tante: "La prima volta che sono andato in Cina sono rimasto sconvolto, quando stavo andando nei camerini a cambiarmi gli spettatori mi bloccavano inginocchiandosi e baciandomi i piedi". Tra il suo pubblico, anche la regina Elisabetta che, dopo aver assistito alla rappresentazione di 'Arlecchino', "interruppe un pranzo per salutarmi". E poi l'incontro più importante di tutti, quello con Giorgio Strehler: "È stato lavorando con lui che ho capito cosa era Arlecchino e cosa era stata la Commedia dell'Arte ben al di là dei libri che avevo letto. Da parte mia gli portavo la mia abilità nell'acrobazia, la mia voglia di fare, le mie caratteristiche, la mia gioventù. Ma la mia voce l'ho trovata solo nel secondo anno; prima ero troppo preoccupato dell'incontro con il pubblico e con la critica. Il mio Arlecchino lo devo proprio a Strehler, che mi ha dato tutto". Alla sua morte, "ci fu una piccola sospensione, arrivò Ronconi che faceva le cose sue e Arlecchino venne fatto poche volte, ma poi naturalmente riprese perché il cda - ricorda - non voleva dar retta a Ronconi".

Dagli anni Duemila una volta a settimana Soleri è stato sostituito da Enrico Bonavera, che è stato lui stesso a scegliere e che d'ora in poi si calerà dietro la maschera di Goldoni. Lo farà anche domenica 13, prima della serata. Il lunghissimo viaggio dello spettacolo, cominciato nel 1947, continuerà in giro per il mondo (in autunno sarà in Algeria), nella stagione 2018/2019 e come palestra per i giovani attori che escono dalla Scuola del Piccolo Teatro.

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