Idomeneo di Mozart, guerra e solitudini

Mariotti su podio, Carsen regista. In scena anche migranti

Un desolante scenario post bellico, abitato da tante solitudini che anelano la pace. E poi il mare, presente nella storia e sulla scena come potente immagine di divisione ma anche di incontro. Infine i migranti e i rifugiati della comunità di Sant'Egidio, che davanti al pubblico diventano simboli viventi di una sofferenza che cerca dignità. Sarà un dramma che coniuga il mito classico con il forte riferimento all'attualità l'"Idomeneo, re di Creta" di Mozart, ultima produzione della stagione 2018-2019 del Teatro dell'Opera di Roma, in programma al Costanzi dall'8 al 16 novembre.

Lo spettacolo, che vede alla regia il ritorno di Robert Carsen, sarà diretto dal giovane maestro Michele Mariotti, al suo debutto con l'orchestra capitolina. Questo dramma in 3 atti - un nuovo allestimento dell'Opera di Roma in coproduzione con il Teatro Real di Madrid, Den Kongelige Opera di Copenhagen e la Canadian Opera Company di Toronto - rappresenta una rarità: torna infatti sul palco del Costanzi dopo una lunga assenza, perché è stato qui rappresentato solo una volta, nel 1983, diretto da Peter Maag e con la regia di Luciano Damiani. Eppure il titolo - la cui vicenda è ambientata a Creta, dove, dopo 10 lunghi anni della guerra di Troia, tornano i vincitori, ma anche i prigionieri e i profughi - è il primo capolavoro di Mozart, un'opera in cui il linguaggio del teatro musicale si apre alle innovazioni operistiche del secondo '700 e che presenta una decisa, e nuova, caratterizzazione musicale dei personaggi e l'attenzione alla loro psicologia.

La storia, in cui si intrecciano violenza e amore, guerra e pace, destino e responsabilità individuali, viene attualizzata dalla presenza sul palcoscenico - grazie a un accordo siglato tra Opera di Roma e Comunità di Sant'Egidio - di circa 30 tra migranti e rifugiati, che rivivranno forse ciò che hanno già vissuto nella vita reale, nel doloroso passaggio dal "loro" mondo al nostro: "c'è il bisogno in questa opera di provare a capire ciò che non si può capire, la guerra, il potere, le differenze tra le generazioni", spiega oggi il regista Carsen, "speriamo che la pace arrivi nel mondo: nel frattempo l'arte può aiutarci e guidarci". "In scena, per rispettare l'idea registica di Carsen, ci saranno più di 150 persone, tra coro e figuranti: da qui è nata l'idea di coinvolgere i migranti della Comunità di Sant'Egidio", dice il sovrintendente Carlo Fuortes, "il teatro non fa progetti sociali, ma è un soggetto sociale e comunica con la città". "Il nostro vuole essere un messaggio di pace e amore: nell'opera la presenza del mare è totalizzante e ho cercato di renderla in ogni parte", aggiunge Mariotti, "sarà una lettura inquieta, bianca e nera, tagliente, con momenti di dolcezza ma anche di violenza in un'opera estremamente moderna e attuale, mai vincolata alla cultura che l'ha generata".

"L'integrazione vera di quelli che sono descritti come un mondo indistinto che sembra minacciarci è possibile: questa è la Roma che possiamo costruire grazie a un modello nuovo che qui stiamo sperimentando", conclude Mario Marazziti, membro della Comunità di Sant'Egidio fin dalla sua fondazione, "la solitudine senza nome e senza voce dei profughi è la stessa che si ritrova in quest'opera". In scena il pubblico vedrà nel ruolo di Idomeneo Charles Workman, in quello di Idamante Joel Prieto, mentre nei panni di Ilia ci saranno Rosa Feola e Adriana Ferfecka e in quelli di Elettra Miah Persson. Nell'allestimento Carsen firma anche le luci con Peter van Praet e le scene con Luis Carvalho, quest'ultimo autore anche dei costumi.

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