Scala, Paolo e Francesca, l'amor galeotto diventa kolossal

Trionfo per opera Zandonai, tra Dante e D'Annunzio

 Trasformata in un kolossal con le imponenti scenografie di Leslie Travers e i costumi di Marie-Jeanne Lecca, la Francesca da Rimini presentata il 15 sera alla Scala e accolta da 10 minuti dii applausi, amplifica ancora di più l'estasi, il romanticismo e l'eroismo di ispirazione dantesca e dannunziana. Successo quindi per gli sforzi del regista, David Pountney, di rappresentare in 4 atti gli aspetti fondamentali dell'arte di Gabriele d'Annunzio, che scrisse l'opera agli inizi del '900, basandosi sulla storia di Paolo e Francesca (l'amor galeotto) raccontata da Dante Alighieri nella Divina Commedia. E per Fabio Luisi che ha diretto l'orchestra del Teatro alla Scala, con l'esecuzione integrale (quasi 3 ore) della tragedia sulle note lussureggianti di Riccardo Zandonai. Applauditi senza riserve gli interpreti: l'uruguaiana Maria Joesè Siri (la Butterfly della prima scaligera 2016) nel ruolo di Francesca Polentani, il tenore argentino Marcelo Puente in quello di Paolo Malatesta il Bello, il baritono toscano Gabriele Viviani, nella parte di suo fratello, marito tradito e poi assassino, Giovanni lo Sciancato e il tenore Luciano Ganci che ha reso tutta la perfidia e la malvagità del fratellino di casa Malatesta, Malatestino dell'Occhio. Trasferita dal Medioevo al '900, la storia si dipana dai giorni del matrimonio di Francesca, innamorata di Paolo e convinta di recarsi all'altare per dire sì all'uomo che ama.
Invece con l'inganno le viene fatto sposare il fratello di lui, Giovanni lo Sciancato. Lei dopo continua a vivere nel suo mondo candito, sensuale, languido, che il regista ha immaginato come un grande cilindro al centro del palcoscenico e dentro al quale è adagiata la statua di una donna nuda alta sei metri. Legge poemi d'amore su un letto che è come un grande libro aperto, circondata dalle ancelle, alcune vestite da odalische a petto nudo, altre come ausiliare di guerra, e si lascia andare al suono degli archi, dei flauti, della viola pomposa. Il cilindro ruota su se stesso, si gira, si chiude e svela il mondo di lui. E' l'universo maschile secondo l'idea dannunziana, reso concreto da una alta struttura metallica spoglia, ma inquietante, sulla quale stanno soldati armati e cannoni. Uno di questi, il più grande e terribile, resta nascosto fino a quando compare improvvisamente puntato sul pubblico e spara. Sul palco arriverà anche un aereo simile a quello usato dal Vate per il volo su Vienna. Paolo è impegnato nella guerra tra famiglie rivali (guelfi e ghibellini) e sembra quasi cercare la morte in battaglia. Una morte da non disdegnare, la riteneva D'Annunzio che reputava la guerra un'opportunità di eroismo maschile. Ma Paolo morirà insieme a Francesca, entrambi trafitti dalla spada di Giovanni Lo Sciancato, che li ha sorpresi in un momento di abbandono. Ed è allora di nuovo la musica di Zandonai, che la compose appena trentenne su libretto di Tito Ricordi, a sottolineare, più ancora della lama insanguinata, la tragedia. Apprezzato quindi il ritorno alla Scala dopo 59 anni dell'opera che rientra nel più ampio progetto culturale di valorizzare il repertorio italiano. Ma con la Francesca da Rimini riprende anche il cammino delle celebrazioni per i 700 anni della morte di Dante Alighieri (2021), cominciate nel 2015 con i 750 anni dalla sua nascita.

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