Raoul Casadei, i miei 80 anni sul palco

"Vita piena, peccato non esser stato apprezzato nella mia terra"

Tre-quattro ore al giorno passate nell'orto tra zucchine e pomodori, un'ora di nuoto, un po' di bicicletta, qualche passeggiata e, soprattutto, la sua numerosa famiglia, tutta riunita nel Recinto Casadei a Cesenatico. Giornate piene quelle di Raoul Casadei, che dopo il Casadei Day, è pronto a spegnere 80 candeline nella grande festa organizzata per lui a Santarcangelo di Romagna con l'Orchestra Casadei che "duetterà" con il Canzoniere Grecanico Salentino.

"E io che avevo puntato prima sui 60, poi sui 70, ora mi ritrovo a 80 - scherza al telefono il re del liscio, colui che ha trasformato il folklore romagnolo in un genere, che ha fatto delle sue origini e dei suoi valori il punto di forza -. Qualche settimana fa sono stato male, un problema cardiaco, che mi ha fatto riflettere su come io non abbia paura della morte. Sarei dovuto stare fermo due mesi, il giorno dopo ero già sul palco". Quel palco da cui è sceso ufficialmente nel 1980, ma da cui non si è mai allontanato davvero.

La musica, per Casadei, del resto era un destino segnato. Già da adolescente lo zio Secondo, inventore del liscio e autore di Romagna Mia, considerata una sorta di inno nazionale con gli oltre 4 milioni di copie vendute, gli aveva messo una chitarra in mano e lo faceva partecipare agli spettacoli dell'Orchestra Casadei (che l'anno prossimo celebra i 90 anni dalla fondazione). Ma lui aveva scelto un'altra strada. "Negli anni Sessanta facevo il maestro elementare. Poi ho raccolto l'eredità di mio zio e all'inizio degli anni Settanta ho avuto un successo incredibile. Da solo vendevo più dischi di tutti quelli che erano nella mia casa discografica (Produttori Associati, ndr), che vantava gente del calibro di Fabrizio De André. Facevo 300/350 concerto l'anno. Incredibile".

Il pubblico si è lasciato conquistare dalle canzoni, che hanno preso il posto della musica "solo suonata" dello zio e da questo artista che sul palco ha sempre amato parlare, intrattenere il pubblico, interagire, raccontando i valori romagnoli della famiglia, dell'amore e dell'amicizia. "Sono stato l'antesignano degli anchormen di oggi. A differenza degli altri che salivano sul palco, cantavano e se ne andavano, io intrattenevo con racconti e aneddoti, con il linguaggio semplice e immediato che avevo imparato ad usare con i bambini a scuola. E poi facevo ballare. Soprattutto quelli che non sapevano farlo, oggi lo chiamerei social-ballo. In tanti si sono innamorati con la nostra musica. E in quegli anni sono nati tanti Raoul!".

Quando ha sentito la necessità di un'evoluzione, non tutti hanno saputo capire. "Soprattutto in Romagna tra gli anni Settanta e gli Ottanta sono stato contestato. La mia 'musica solare' non è stata accettata. Con il successo era arrivata anche un'inflazione del liscio, nascevano locali e orchestre ovunque - e in questo posso dire di avere creato posti di lavoro -, e io non potevo restare fermo". Da vero artista quale è, Casadei si è lasciato influenzare da altre sonorità, che arrivavano dalla Francia, dalla Spagna. Oggi il figlio Mirko, che ha a sua volta preso il timone del marchio di famiglia, di diritto nel novero delle eccellenze italiane di cui tanto si parla, porta nel mondo una musica che contamina e si lascia contaminare, incrociando reggae, ska, taranta ("E' bravo, e non interferisco con quello che fa").

Ma "nemo propheta in patria" e oggi il suo cruccio, in una vita piena, appagante, avventurosa ("ma qualche fregatura, soprattutto economica, l'ho anche presa"), è quello di non essere stato pienamente apprezzato proprio dalla sua terra. "Mi hanno chiamato a festeggiare ovunque, solo a Cesenatico e Gatteo Mare, dove vivo, non hanno organizzato niente. La nostra musica è sempre stata considerata figlia di un dio minore. E alla fine sono più amato in Lombardia o in Piemonte che in Romagna". Casadei sarà celebrato anche da Rai2 con una puntata di Unici "Casadei, la dinastia del liscio", in onda il 17 agosto. E lui, Raoul, non smette di stupirsi: "Di solito tutte queste celebrazioni si fanno per i morti. Non è che sono morto anche io?".

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