Hisham Matar, l'arte non ha obblighi

Premio Pulitzer apre Letterature Festival con Amitav Ghosh

"Penso che l'arte e gli artisti non abbiano alcun dovere di occuparsi di una causa, sociale, ambientale, politica, per quanto nobile sia. Non perché l'arte sia al di sopra di tutto, ma perché quel tipo di senso del dovere non rende gli artisti migliori, ne più capaci di denunciare i fallimenti umani. E' il romanzo come forma di espressione che ha la capacità di occuparsi della complessità della vita, senza bisogno di sbandierare una causa o invocare chiamate all'azione". Parola di Hisham Matar, scrittore libico trapiantato a New York, la cui vita e opere sono indissolubilmente segnate dalla vicenda della scomparsa del padre, oppositore al regime di Gheddafi, nel 1990, per mano dei servizi segreti libici. Appena vinto il Pulitzer per biografia e autobiografia con 'Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro' (ed. Einuadi), Matar è ospite della serata d'apertura del XVI Letterature Festival Internazionale di Roma, il 20 giugno alla Basilica di Massenzio, sul tema Esploratori e altri esploratori.

Con lui, l'autore indiano Amitav Ghosh, considerato uno dei più grandi scrittori viventi (il suo ultimo titolo, 'La grande cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile' per Neri Pozza); e Giuseppe Montesano ('Lettori selvaggi', ed. Giunti), con letture di Anna Foglietta dei brani inediti composti per il Festival. "Durante il tour promozionale per libro - racconta Matar - una poetessa siriana in Arkansas mi ha chiesto: 'come fai a scrivere con tutto quello che sta accadendo in Libia e in Siria? Io sto perdendo la fiducia nella scrittura'. Per il brano del Festival, sono partito da questa domanda e da Lord Jim di Joseph Conrad, che ho letto 5-6 volte. Scrivere? Per me non è mai cercare di convincere qualcuno o dimostrare qualcosa. E' spazio di assoluta libertà e vitalità, nel quale mi consento di pensare a ruota libera, di reagire a cose cui non avrei tempo o modo, se non proprio con la scrittura".

Eppure, gli fa notare qualcuno, il suo ultimo romanzo arriva al lettore come una struggente, ma sferzante, denuncia di ciò che è accaduto a suo padre e al suo paese. "Non parto mai da un'intenzione per i miei libri - risponde lui - Alla base dell'ultimo c'è il viaggio compiuto in Libia, dopo 33 anni, insieme a mia madre e mia moglie. Volevo rivedere quei luoghi, trovare nuove informazioni su mio padre e colmare quella discrepanza tra dove vivo e dove sono nato. Ma queste sono le ragioni del viaggio. Il libro è venuto al ritorno, dopo tre mesi in cui non avevo scritto più nulla. Pensavo che avrei dovuto cambiare mestiere. Poi una sera, a casa di un amico sulle colline piemontesi, ho tirato fuori i diari del viaggio". Materiale "nero, cupo - ammette - ma che mi chiedeva di essere paziente su cose che in genere mi rendono insofferente. Solo così si sarebbe aperto. Ecco, l'interessante di questa opera per me è che io ho imparato qualcosa".

E il lettore? "Un libro - conclude Matar - non serve solo per trovare ciò che non conosci. Al contrario, quando leggi di luoghi o persone diverse riconosci te stesso in loro. La lettura è un momento di grande espansione umana. Quando leggiamo allarghiamo i nostri limiti e ci accorgiamo che ciò che ci unisce a chi è venuto prima di noi è ben più di ciò che ci separa".

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