Mollami, tra dolore e fantasia

La fragilità adolescenziale nell'esordio di Matteo Gentiloni

ROMA - Smarrirsi nel senso di colpa, nascondersi nell'illusione fuggire dal dolore, e poi trovare il coraggio di crescere e vivere la realtà: colpisce il tocco lieve e il delicato equilibrio tra dramma e commedia con cui il regista Matteo Gentiloni affronta la fragilità adolescenziale nel suo primo lungometraggio dal titolo "Mollami", presentato  ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma. Il film, una produzione originale di Sky e Italian International Film, sarà in onda su Sky Cinema Uno il 24 novembre in prima serata: al centro della storia c'è Valentina (Martina Gatti), diciassettenne sola e problematica che fin da bambina convive con il senso di colpa per la scomparsa del fratello, morto dopo essersi tuffato da una scogliera per una sfida con lei.

Da allora non riesce a liberarsi di Renato, un pupazzo immaginario blu di due metri all'apparenza dolce e tenero ma che le ricorda continuamente la tragedia del fratello e le sue responsabilità. Per questo, la ragazza 'anestetizza' la sua mente con la PCP, un oppiaceo derivato dalla morfina. In questo quadro si inserisce Antonio (Alessandro Sperduti), giovane praticante sfruttato e sottopagato dal padre di Valentina, noto avvocato della Capitale, che da lui riceve un incarico difficile: allontanare la ragazza da Roma per portarla in un centro di disintossicazione dopo che lei ha diffuso intenzionalmente un proprio video hard ormai diventato virale. Dal disagio all'incomunicabilità tra genitori e figli, dai traumi psicologici alle dipendenze alla forza di riprendersi dalla sofferenza emotiva, in questo road movie sono tanti i temi che si mescolano, in una commedia divertente e amara di "formazione" destinata ai ragazzi ma non solo. Credibile, delicato ma anche cattivo e cinico, il film non banalizza le questioni affrontate ma ne svela la complessità che viene resa più accessibile anche usando la fantasia e il sorriso.

Convince dunque l'esordio del ventisettenne Gentiloni che, per rivolgersi ai ragazzi della sua generazione, ha evitato il linguaggio giovanilistico a tutti i costi in favore di un approccio più maturo. "Avevo il desiderio di esordire con un film di formazione che avesse un copione audace, in una confezione mainstream ma con temi d'autore", dice il regista all'ANSA, sottolineando quanto il tono del film "cambi naturalmente per esigenza del racconto: si ride ma poi non si può non affrontare il dolore". Nel film Gentiloni ha avuto una grande libertà di espressione, anche nell'uso di un linguaggio che osa interagendo molto con lo spettatore, oltre al tocco di fantasy dato dalla scelta di creare il pupazzo Renato, perfettamente realizzato dalla Factory Makinarium e doppiato da Neri Marcorè. Da sottolineare la presenza di due attori d'esperienza come Gian Marco Tognazzi nel ruolo del padre cinico e assente e soprattutto di Caterina Guzzanti in quello difficilissimo della madre, che dopo il lutto, abbandona marito e figlia per rifarsi una vita lontano da tutto e tutti: "è bastato solo un provino per scegliere Caterina: guardandola hanno pianto tutti. Era per lei il ruolo della madre nel film", dice Gentiloni, "in poche scene è stata capace di dire tutto".

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