Omaggio a Caligari, l'outsider cult

In concorso a Classici la parabola del regista di Amore Tossico

   Caligari non era uno che ci sapeva fare con le cose della vita e lo sapeva.''Muoio come uno stronzo: ho fatto solo tre film'' diceva prima di morire, come ricorda più volte Valerio Mastandrea in 'Se c'è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari' di Simone Isola e Fausto Trombetta in Concorso a Venezia Classici Documentari alla 76a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (28 agosto - 7 settembre) . E fa così davvero impressione vedere l'autore di un capolavoro assoluto come 'Amore tossico', un regista timido, di poche parole e mai davvero valutato per quanto meritava davvero, mettere mano alla sua ultima opera 'Non essere cattivo', quando era ormai malato terminale (morirà a 67 anni appena finito il montaggio). Borsalino nero, voce rotta e fioca per il male, cappotto scuro e un immancabile sciarpa Burberry, vediamo nel docu Caligari muoversi piano piano sul set, come un fantasma, occhi tristi e assistenza affettuosa da parte da quel Mastandrea vero motore di questa sua ultima opera. Da lui sul set solo pochi cenni per far capire se le cose andavano bene o dovevano essere cambiate. E, va detto, che gran parte del documentario si svolge proprio sul set di 'Non essere cattivo' con le immagini e i ricordi di attori e tecnici. Di scena anche alcune interviste di repertorio del regista da giovane che difende il suo 'Amore tossico', passato proprio al Lido e difeso allora da Marco Ferreri che dice in una intervista: "l'invidiavo perché quel film l'avrei voluto fare io". Ma al centro del documentario anche ovviamente il singolare destino di questo regista nato rivoluzionario, ma salvato dalle Brigate Rosse grazie al cinema ("Ero convinto che se fai la guerriglia in un paese col capitalismo avanzato, è chiaro che avresti perso") che, dopo molti documentari sociali, si è messo a raccontare la tossicodipendenza di un gruppo di giovani di Ostia nel suo primo film, 'Amore tossico', presentato alla Mostra di Venezia nel 1983. E questo anche nel segno che:''La droga è una tragedia storica, ma è anche l'unico consumo concesso dal capitalismo''. Tornato dietro la macchina da presa, solo quindici anni dopo, nel 1998, Caligari porta sullo schermo la violenza di una banda di rapinatori romani con 'L'odore della notte' con Giorgio Tirabassi, Marco Giallini e Valerio Mastandrea. Tra le molte testimonianze, la più commovente è sicuramente quella della madre del regista, Adelina Ponti ora novantasettenne, che racconta come il figlio, appena finito 'Non essere cattivo', ovvero pochi giorni di morire, tornò a casa, tanto stanco quanto contento, rassicurandola con la frase: "Ora ho altri tre film da fare''. In realtà, come spiega sempre la madre nel film, di sceneggiature pronte ne aveva ben trenta, tutte rifiutate. "Pochi incontri non possono bastare a carpire l'essenza di un uomo di 67 anni, con un intenso vissuto alle spalle - dicono i registi Isola e Trombetta nelle loro note -. Le impressioni che si traggono non possono che essere parziali, magari lontane dalla realtà. Non è stato dunque tra gli obiettivi del nostro lavoro rispondere ai soliti quesiti, al perché Claudio Caligari si sia ritrovato più o meno coscientemente ai margini del sistema cinematografico, indagare sui torti subiti e sui mancati riconoscimenti. Ora più che mai sono i film a parlare di lui e a farcelo conoscere".

      RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

      Video ANSA