Per Weinstein 10 milioni di cauzione e braccialetto elettronico

Weinstein ha lasciato la stazione di Polizia di New York

Sono le sette e trenta del mattino quando Harvey Weinstein, l'ex Re di Hollywood, si consegna al commissariato di Tribeca, elegante zona di Lower Manhattan. Giacca scura e maglioncino azzurro, in mano ha alcuni libri, tra cui una biografia di Elia Kazan. Mostra un sorriso tirato davanti alla giungla di telecamere e macchine fotografiche e non pronuncia una parola. Esce dalla stazione di polizia dopo circa due ore, in manette e scortato dagli agenti, diretto verso il tribunale per la sua prima apparizione davanti ai giudici della Manhattan Criminal Court. Sono pesantissime le accuse che pendono sull'ex potentissimo produttore cinematografico, 66 anni, tra cui quella di stupro e quelle di molestie aggravate e abusi sessuali.

A inchiodarlo, solo nella sua New York, due donne: una lo ha denunciato per una violenza carnale subita nel 2013, l'altra di averla costretta ad avere con lui un rapporto di sesso orale negli uffici della Miramax a Manhattan nel 2004. Ma sono molte di più le vittime che in questi mesi hanno puntato il dito contro Weinstein, compresa l'attrice italiana Asia Argento. Non a caso che l'uomo è già indagato anche a Los Angeles e Oltreoceano, a Londra.

La liberazione è avvenuta su pagamento di una cauzione di un milione di dollari in contanti, dopo che gli agenti gli hanno preso le impronte digitali e gli hanno scattato la foto segnaletica di rito, per la schedatura. Weinstein, se pure a piede libero, dovrà comunque indossare un braccialetto elettronico per essere sempre localizzabile e non potrà allontanarsi dagli stati di New York e del Connecticut. Ritirato il passaporto per evitare fughe all'estero. Non potendo rientrare nemmeno in California dovrà trovarsi anche un altro centro di riabilitazione, per continuare il suo percorso di cura e tentare di affrancarsi della dipendenza dal sesso. Weinstein però, che col suo caso ha scoperchiato il vaso di Pandora che ha dato vita al movimento #metoo, non sembra volersi arrendere.

E il suo legale spiega come l'ex produttore non intenda dichiararsi colpevole. E - aggiunge parlando ai giornalisti - non è vero che ha inventato lui il 'casting couch', il cosiddetto divano di Hollywood, espressione usata per descrivere quei produttori che assegnano i ruoli nei film in cambio di prestazioni sessuali delle aspiranti attrici. Per l'avvocato Benjamin Braffman, che auspica una giuria al processo che non sia influenzata dal movimento anti-molestie, l'esito della partita non è dunque scontato, anche se la situazione dell'ex potente di Hollywood appare più che compromessa. A provocare lo tsunami che ha travolto Weinstein e via via nel corso dei mesi il mondo dello spettacolo, dello sport, della politica e della cultura, fino ad arrivare all'Accademia del Nobel, gli scoop dell'ottobre del 2017 prima del New York Times e poi del New Yorker, che raccolsero le testimonianze delle donne che accusavano il produttore "orco". Inchieste per le quali le due testate sono state premiate con il Pulitzer, mentre il movimento #metoo alcune settimane fa è stato premiato come persona dell'anno di Time.

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