Buster Keaton, addio 50 anni fa al genio triste

Pioniere del cinema muto, unico a oscurare stella di Chaplin

Tutto il cinema del mondo, quello americano in prima fila, lunedì 1 febbraio dovrebbe alzarsi in piedi e fare un ultimo applauso (naturalmente silenzioso) in onore di Joseph Frank Kesaton detto "Buster", ovvero rompicollo, distruttore, indistruttibile, dal soprannome che - narra la leggenda - gli affibbiò Houdini il mago vedendolo uscire indenne da una rovinosa caduta sulle scale di casa. Il piccolo Buster era allora appena un bambino ma il padre, artista di vaudeville e capocomico di una piccola compagnia di teatranti, lo allenava già alla dura scuola del palcoscenico e credeva talmente tanto nel talento del figlio da finire sanzionato dalla città di New York per sfruttamento di minore.

Cresciuto da saltimbanco, attore di strada, illusionista (Houdini avrebbe riconosciuto più tardi un altro talento nel bambino Orson Welles), Buster Keaton era nato a Piqua, in Kansas, il 4 ottobre 1895 e appena computi i 20 anni era già riconosciuto come una star dello spettacolo, tanto che nel 1917 si mise in proprio, a New York.

Qui incontrò la prima moglie, Natalie Talmadge, sorella delle due attrici Norma e Constance, e segretaria privata di un divo del cinema comico come Roscoe "Fatty" Arbukcle. Keaton la sposò nel 1921 e, grazie a lei, ebbe il primo contratto per il cinema (40 dollari a settimana) proprio da Arbuckle. Insieme, i due davano vita a una coppia esplosiva e le gag inventate da Keaton contrapponendo la sua stralunata fisicità a quella imponente e gioviale del suo partner. Fu un successo che diede ottimi esiti anche se il perfezionismo e la vocazione alla regia del più giovane Keaton creò più di un problema, superato grazie all'amicizia fra i due. 18 cortometraggi comici del genere "slapstick", realizzati tra il 1918 e il 1920 (con una pausa per il servizio militare in Francia) sono l'eredità di questa collaborazione che prepara l'esplosione autonoma del nuovo genio.

Sul finire del 1919 il produttore Joseph Schenck (marito di Norma Talmadge) propone a Keaton di mettersi in proprio con la "Buster Keaton Comedies": dopo la parentesi di un lungometraggio da attore (" The Saphead" del 1920), la nuova stella è pronta a rifulgere: in tre anni scrive, gira, interpreta 23 cortometraggi (i primi due sono "Tiro a segno" e "Una settimana", quasi contemporanei) che rappresentano anche oggi il gioiello della sua creatività perché, come scrive un critico, sono "dei lungometraggi corti, costruiti su una solida trama e forgiati da una inesauribile voglia di sperimentare". Così, quando nel 1923, Buster Keaton si propone come regista di lungometraggio ha già assimilato tutti i segreti del mestiere e si conferma una star.

E' il momento della gloria e della felicità con titoli che "fanno" la storia del cinema da "La palla n.13" a "Il navigatore", da "Io e la boxe" a "Come vinsi la guerra". Alla fine, mentre già su di lui si allungavano le ombre del cinema sonoro, accettò le regole degli studios (Metro Goldwyn-Mayer) perdendo il controllo sul suo lavoro e cedendo la regia. Era l'inizio della fine: il suo genio viveva di fisicità e visualità, il suo mondo era quello dell'impossibile che diventava reale, della fantasia rovesciata che prendeva corpo nella normalità. Tutte cose che perdevano forza di fronte all'apparente realismo del sonoro e che il pubblico cominciava a trovare "già viste". Così la sua sorte apparve segnata dalla trasformazione di Hollywood, proprio come era accaduto a divi del calibro di Douglas Fairbanks e maestri come Erich Von Stroheim. Abbandonato dalla moglie, precipitato nella depressione e nell'alcool, rischiò la vita in seguito a un attacco di delirium tremens e non recuperò mai fino in fondo la stima di sé.

Per molti anni vagò su set altrui, diresse qualche film, lasciò risplendere la sua arte in brevi e folgoranti apparizioni come il pianista triste di "Luci della ribalta" (Chaplin lo chiamò per solidarietà e tributo a un maestro ormai dimenticato) o il giocatore di "Viale del tramonto". Anche il ritorno al cortometraggio comico non diede gli esisti sperati nonostante più di 20 lavori sul finire degli anni '30. Ma la sua stagione era irrimediabilmente finita e bisogna aspettare il 1960 perché Hollywood si ricordi di lui con un tardivo Oscar alla carriera. Keaton cerca gloria anche lontano dall'America ed è proprio l'Italia a ricordarsi di lui, con un premio alla Mostra di Venezia per "Film" del '64 e poi con una serie di film in sé non memorabili da "L'incantevole nemica" di Claudio Gora e "Due marines e un generale" di Luigi Scattini in cui, a fianco di Franco e Ciccio, dice una sola battuta: "Grazie". La morte lo coglierà sul set di "Dolci vizi al foro", nel 1966, dopo una serata al tavolo da gioco, quando era già malato terminale senza saperlo. Ma se ti chiami Keaton, se Samuel Beckett scrive per te l'unica sceneggiatura della sua vita (il surreale "Film" del '64), se diventi il sinonimo della malinconia dell'artista di strada che sfiora la gloria e scivola nel baratro, se i cantautori ti dedicano le loro canzoni ("Keaton" di Guccini-Lolli), allora vuol dire che la tua faccia triste, i tuoi occhi spalancati sul mondo sono più di una meteora: sono l'occhio del cinema che trasforma la realtà. E questo è stato Buster Keaton, un genio che non conosce tramonto, dopo che nella vita è tramontato e sepolto dall'indifferenza del suo tempo.

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