Paolo Di Paolo, una lunga storia di foto

Al Maxxi davanti alle sue foto, "Il Mondo, che esperienza..."

"Portai a Mario Pannunzio una foto di Pasolini di cui ero orgoglioso. Lui la guardò a lungo, cosa che non faceva mai, poi disse: No, è troppo bella. Non la pubblico". Paolo Di Paolo ricorda ancora con precisione l'esame rigoroso al quale il direttore del settimanale "Il Mondo" sottoponeva gli scatti dei suoi collaboratori. Lo fa parlando accanto alla scrivania dell'ufficio dell'inventore del mitico periodico di cui ha curato la ricostruzione minuziosa per la mostra "Paolo Di Paolo. Mondo perduto. Fotografie 1954-1968", al Maxxi fino all'8 settembre. Il maestro, molisano di Larino, 94 anni di energia e lucidità, accompagna un gruppetto di studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche e della Comunicazione dell' Università della Tuscia in una esclusiva visita guidata in cui si intrecciano aneddoti, etica della professione, personaggi straordinari di un' Italia che si ricostruiva il volto dopo la tragedia della guerra.

"E' una sorpresa anche per me - dice -. Da quella specie di cimitero che è la mia cantina mia figlia ha trovato 250 mila foto, cose che avevo dimenticato. Tutte le immagini sono frutto dell'insegnamento di Pannunzio alle generazioni di fotografi degli anni Cinquanta e Sessanta". Il Mondo nacque nel 1949, dopo l'esperienza che il fondatore aveva maturato nel 1937 lavorando al fenomeno Omnibus di Leo Longanesi - "la matrice di tutta la stampa periodica italiana successiva" lo definisce Di Paolo - accanto a nomi del calibro di Mario Missiroli, Arrigo Benedetti, Indro Montanelli. Omnibus aveva sdoganato l'immagine fotografica dalla subalternità al testo scritto e Pannunzio enfatizzò ancor di più questo aspetto. "La foto per lui doveva essere una presenza autonoma e narrativa, sganciata dal resto - spiega -. Non doveva essere bella o brutta ma buona. Eravamo in pochissimi a fare quel tipo di fotografia oggi morto e sepolto. Che stimolo lavorare per Pannunzio. Non ci interessavano i professionisti, avevamo la fortuna di essere vergini. Senza saperlo stavamo dando vita a un concetto sconosciuto in Italia che si proponeva di andare oltre le mode del momento". Il Mondo aveva le firme di tutti gli intellettuali ma, riconosce il maestro, "non si riusciva proprio a leggerlo".

La ricetta di Paolo Di Paolo, nei 14 anni di lavoro a il Mondo con il record di 573 foto pubblicate, era frutto di un mix: "La foto non arriva mai per caso, bisogna pensarla, concepirla nel suo formarsi e aspettare il momento giusto" dice davanti all' immagine del pittore Giorgio de Chirico del 1956 che attraversa sulle strisce pedonali mentre un uomo in bicicletta gli passa accanto con una enorme cornice. Quasi tutte le 250 foto selezionate dalla curatrice Giovanna Calvenzi rispondono all' imperativo narrativo di essere vero e proprio racconto. Quando gli si chiede quale scatto gli sia più caro, Di Paolo si avvicina a quello dei funerali di Togliatti: "Non potevo mancare, quella immagine racconta tutto, il dolore della donna di campagna, la grandiosità dell' omaggio di fiori ufficiale". Poi indica gli sceicchi seduti in un bar di via Veneto, in cerca della Dolce Vita inventata da Fellini "che non era mai esistita, di cui il protagonista era il pubblico". Il modo "naif" di porsi, e la scelta di non pubblicare molti scatti per rispetto, era la chiave con cui Di Paolo riuscì a cogliere l' intimità di molti personaggi inafferrabili, dalla inedita Oriana Fallaci del 1963 "sorridente in costume, che fa l' imitazione della diva sulla spiaggia del Lido di Venezia", ad Anna Magnani al Circeo ("nessuno mai l' aveva ritratta in costume da bagno") o il Marcello Mastroianni solitario al tavolo di un bar ("avrei preferito non scattare quella foto, qui davvero c' è il pathos").

"L' immagine di cui vado orgoglioso è quella di Umberto di Savoia nel giardino incolto nella villa in Portogallo che era stata di Carlo Alberto. Gli chiesi di sedersi a terra, temevo di non farcela e invece accettò... Nessun re ha una foto come quella". E poi il lungo capitolo con Pasolini per l' inchiesta "La lunga strada di sabbia", il tour del 1959 sulle spiagge italiane da Ventimiglia a Trieste. "Pasolini era chiuso, particolare. Capii che mi ero messo in pasticcio. Non prendeva appunti, guardava senza dire una parola. Si sbloccò quando gli dissi che conoscevo Rilke. Da allora diventò più duttile". E come finì con la famosa foto bocciata? "Ero deluso - ricorda Di Paolo -. Il caporedattore mi spiegò che Pannunzio naturalmente aveva ragione. Pasolini e il ragazzo che compariva nell' immagine erano ai lati, il protagonista non era lo scrittore ma lo spazio che predomina sui personaggi".

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