Restauratori, governo modifichi decreto

Da Ficacci a Ciatti e Baratin, è allarme per il settore

 Il governo modifichi il decreto per i restauratori, attualmente in discussione e "salvi il restauro italiano".

E' l'appello lanciato al ministro della cultura Alberto Bonisoli da oltre trecento grandi nomi del restauro e della storia dell'arte, dal direttore dell'Istituto Centrale del restauro Luigi Ficacci al  direttore dell'Opificio delle pietre dure Marco Ciatti e alla presidente del corso di laurea in beni culturali e restauro dell'Università Laura Baratin . Se lo schema di decreto non verrà riveduto e la norma ridiscussa, sostengono unanimi, "verrà a cadere in breve tempo la qualità dell'approccio italiano alla conservazione del patrimonio culturale", con l'immissione sul mercato di una massa "di operatori non adeguatamente preparati". E, insieme, "verrà inferto un colpo decisivo a tutte le istituzioni formative che creano la professionalità dei restauratori con un corso quinquennale a ciclo unico (classe di laurea LMR02)".

La questione è particolarmente importante , fanno notare i promotori dell'appello, "in considerazione del grave rischio che verrebbe a correre il restauro italiano e il patrimonio culturale con un mercato destinato a divenire saturo per i prossimi decenni di operatori non adeguatamente qualificati, sottraendo spazio a studenti che investono di tasca propria migliaia di euro in tasse universitarie per poter acquisire competenze e titolo ed esercitare la professione per cui si sono formati". Ma un danno aggiuntivo, difficile da percepire e tuttavia concretamente incombente, sottolineano, sarebbe la vanificazione dell'investimento effettuato per molti anni dallo Stato italiano nella formazione d'eccellenza delle SAF: in sostanza, uno spreco di denaro pubblico, ovvero dei contribuenti. L’effetto di risonanza sarà che, per analogia a questo pericoloso decreto, qualsiasi altra professione che richiede una formazione specialistica, si potrà in futuro svolgere attraverso l’accesso di una prova abilitante senza una adeguata formazione.

 Qui tutte le firme a sostegno

Ultimo atto di un lunghissimo processo che avrebbe dovuto qualificare il restauro italiano, lo schema di decreto in discussione in queste ore alla Conferenza Unificata Stato-Regioni regolamenta l'accesso alla professione di restauratore di beni culturali di quanti non avevano superato le precedenti sanatorie per l'acquisizione della qualifica previste dal Codice dei Beni culturali. Ma nella sua forma attuale, sottolineano i promotori dell'appello a Bonisoli, "rischia di finire per immettere sul mercato più del triplo tra i professionisti formati e quelli sanati attualmente operanti, prevedendo prove e requisiti non adeguati al principio, sancito dal codice stesso, dell'esercizio unitario delle funzioni di tutela". Creando per giunta disparità all'interno del settore, perché "prevede che i nuovi restauratori siano abilitati nei 12 settori di competenza contro quelli previsti dai profili formativi professionalizzanti dei corsi universitari attivati che al massimo ne consentono tre". 

Qui il testo dell'appello a Bonisoli

 COSA PREVEDE IL DECRETO:   Il decreto attualmente all'esame prevede che  i  collaboratori restauratori possano acquisire  la qualifica  di restauratori e anche la specializzazione in tutti i settori che desiderano con una sola prova d'idoneità. Possono accedere a questa prova candidati provenienti dai più svariati percorsi,  sia dunque chi  ha ottenuto un diploma di laurea affine ma diverso da quello abilitante, sia chi  non ha completato gli studi  limitandosi ad una  ‘formazione di bottega’.  Il che, viene obiettato, creerebbe delle disparità di trattamento con tutti coloro che fino ad oggi per ottenere il titolo di restauratori  hanno discusso una una tesi  di laurea  a seguito di circa 8.000 ore di competenze acquisite tra didattica e pratica di cantiere. 

QUALI SONO LE PROPOSTE DI EMENDAMENTO: 

Su istanza delle regioni è in corso un tentativo di emendamento del testo.  Oltre a una serie di riferimenti normativi da integrare e alcuni paletti temporali da inserire, si chiede di correggere la possibilità di ammettere direttamente a sostenere prove abilitanti soggetti totalmente disomogenei per percorso di maturazione di esperienza e, soprattutto, di formazione. In secondo luogo si chiede che le prove abilitanti siano organizzate in modo da accertare capacità di rilevazione, diagnosi, progettazione di intervento, documentazione, collaudo per attività di conservazione coerenti con quanto previsto dall’art. 29 del Codice, commi 1-5. Visto poi il grande numero di domande stimate (11mila), si pone il problema degli che ricadrebbero sugli Istituti coinvolti nelle prove di esame, come i costi della gestione organizzativa sotto ogni profilo, nonché la paralisi delle normali attività di ricerca, lavorative e didattiche. Infine si chiede di rivedere la composizione delle commissioni, le modalità di funzionamento e gli equilibri tra Mibac e Miur nella scelta dei componenti.

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