La razza nemica, il linguaggio dell'odio

A Roma l’origine della Shoah nella propaganda nazista e fa

Ci sono oggetti popolari d'uso quotidiano in 'stile' antisemita come scatole di fiammiferi e boccali per la birra, uno schiaccianoci con la testa di un ebreo dal naso adunco e un posacenere che raffigura un ebreo dentro un maiale. Ma, tra film, fotografie e manifesti, fumetti, cartoni animati e sussidiari per bambini, a farla da padrone per violenza iconografica e verbale sono le copertine di riviste e giornali che negli anni di Hitler e Mussolini contribuirono a diffondere le teorie genetiche e biologiche alla base della persecuzione del popolo ebraico. È un'accurata analisi delle ragioni, delle forme e dei contenuti della propaganda antisemita nazista e fascista la mostra 'La razza nemica', allestita a Roma in occasione della Settimana della Memoria dalla Fondazione Museo della Shoah negli spazi della Casina dei Vallati dal 30 gennaio al 7 maggio.

A cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger, l'esposizione mette faccia a faccia Germania e Italia, tracciando una sorta di filo rosso dell'odio su un duplice piano narrativo: da un lato l'evoluzione dell'antisemitismo in Europa dall'inizio del '900, dall'altro il ruolo di prim'ordine assegnato da fascismo e nazismo ai mezzi di comunicazione per dare sostegno e 'giustificazione' alle leggi razziali e al successivo annientamento degli ebrei. "La miglior propaganda è quella che penetra nella vita in maniera pressoché impercettibile", disse il gerarca Goebbels in un discorso nel 1941: ed è proprio il racconto di questa sorta di persuasione occulta, poi via via sempre più manifesta e violenta, che il percorso espositivo delinea, mostrando chiaramente come la propaganda preparò il terreno alle misure persecutorie, all'isolamento nei ghetti, alle deportazioni fino allo sterminio nei lager.

La mostra si focalizza principalmente sul confronto tra la rivista tedesca Der Stürmer, fondata nel 1923, e quella italiana La Difesa della Razza, pubblicata nel 1938 e diretta da Telesio Interlandi, evidenziandone, pur nelle diversità, la medesima aggressività. Dall'esposizione emerge una capillare attività di persuasione capace di penetrare il tessuto sociale e che mostrava gli ebrei come bolscevichi e capitalisti, colpevoli delle peggiori nefandezze, dotati di precise caratteristiche fisiche come 'anche adipose, labbra carnose, occhi incavati, spalle curve, naso arcuato'.

Tra le copertine esposte, colpisce una della rivista Libro e Moschetto del 1940 che, con l'immagine di un 'fetus judeum' dentro a un barattolo, guarda al futuro degli anni 2000, quando gli ebrei saranno ricordati come 'brutta razza vissuta sino al 1940, sterminata poi da uomini di grande genio'. "Gli ebrei erano visti come geneticamente inferiori, un pericolo come se fossero una malattia", spiega il curatore Pezzetti, "noi documentiamo il modo in cui la secolare tradizione antisemita si sia poi unita nel '900 al razzismo, rendendo l'antisemitismo biologico". "Quello che vogliamo è far capire ai giovani che se accettiamo le vignette che sembrano battute poi si inizia un iter capace di portare magari all'emigrazione forzata - prosegue, indicando la foto di un barcone che nel 1939 portò ebrei profughi dalla Cecoslovacchia e dalla Romania in Palestina - E non vedere i legami tra questo e ciò che accade oggi con gli immigrati sarebbe da ciechi".

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