A Roma la realtà asciutta di Mario Giacomelli

Palazzo Braschi espone 200 scatti in formato originale

Un bianco acceso e un nero profondo.
    Lo sguardo è quello di Mario Giacomelli, di un fotografo che ha fatto della sua passione, più che un'arte, la modalità per conservare l'inafferrabile della sua vita. La mostra al Museo di Roma Palazzo Braschi, aperta dal 23 marzo al 29 maggio 2016, raccoglie immagini la cui sintesi rimanda a qualcosa di astratto, che ha a che fare con il suo personale senso del reale. "Tracce - come diceva lui stesso - che sono prove di noi stessi e il segno di una cultura che vive incessantemente i ritmi che reggono la memoria, la storia, le norme del sapere". Non a caso, il suo scenario è un microcosmo di provincia: le scene quotidiane del mondo contadino, gli anziani dell'ospizio, i sacerdoti del seminario di Senigallia, dove Giacomelli ha vissuto durante tutta la sua vita, i luoghi di campagna. È in quel paesaggio a lui familiare che riesce a sorprendere la realtà e a farne emergere l'aspetto più semplice e, al tempo stesso più lirico, attraverso un contrasto portato all'estremo.
    "La figura nera aspetta il bianco": questa sua frase, che dà il titolo all'esposizione a Roma, riassume la tensione del fotografo nel cogliere, attraverso i suoi scatti, "spirito, materia, tempo, spazio, occasione per lo sguardo". Giacomelli lo faceva raggruppando le sue immagini per serie già nel momento in cui si posizionava con la macchina fotografica davanti al soggetto: le sezioni della mostra, che raccoglie circa 200 fotografie in formato originale, corrispondono alle sequenze che lui stesso aveva creato, il più delle volte attribuendo a ogni gruppo di foto il titolo di una poesia o di una raccolta di poesie del Novecento. E così, quei volti ritratti all'interno dell'ospizio della città prendono il nome della raccolta "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" di Cesare Pavese, i giovani preti sono nella sezione intitolata con i primi due versi di una poesia di David Maria Turoldo, "Io non ho mani che mi accarezzino il volto". Nelle serie di immagini scattate negli anni Novanta, pochi anni prima della sua morte, Mario Giacomelli si spinge oltre, facendo coincidere le strofe dei testi lirici alle sue fotografie: nelle sale di Palazzo Braschi, ognuna di queste sezioni è accompagnata dalla poesia scelta dallo stesso Giacomelli, come "A Silvia" di Giacomo Leopardi, "Ritorno" di Giorgio Caproni, "Io sono nessuno" di Emily Dickinson. Non meno poetica la sezione dedicata ai paesaggi agricoli, ritratti dall'alto di una collina o di un aeroplano. "Un giorno andò in Spagna a ritirare un premio - ha raccontato la curatrice Alessandra Mauro - e, durante il viaggio, capì che quel punto di vista lo interessava". Sono immagini di una realtà asciutta, sintetica che si presta a una percezione del tutto individuale, ai ricordi e alle sensazioni di ognuno.(ANSA).
   

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