Basilea celebra Dubuffet, il padre dell'Art Brut

Alla Fondazione Beyeler Metamorfosi del paesaggio

(ANSA) - ROMA, 19 FEB - "L'arte non viene a coricarsi nei letti preparati apposta per lei; fugge via non appena si pronuncia il suo nome. Ciò che ama è l'incognito, i suoi momenti migliori sono quando si dimentica come si chiama". Basta leggere questa dichiarazione per capire che sono stati il coraggio e la fantasia ad aver nutrito la creatività di Jean Dubuffet (1901-1985), pittore e scultore francese, tra i principali artisti del secondo dopoguerra, che con il suo estro ha per così dire reinventato l'arte, ridefinendone il concetto e allargandone gli orizzonti. A lui, la Fondazione Beyeler di Basilea dedica la grande mostra Jean Dubuffet-Metamorfosi del paesaggio, la prima allestita in Svizzera e in programma fino all'8 maggio. Attraverso un percorso espositivo affascinante e approfondito, oltre 100 lavori illustrano l'indubbia capacità di questo poliedrico artista di sovvertire gli schemi e di anticipare le suggestioni della contemporaneità, come si vede anche dai tanti autori della Street Art che a lui si sono ispirati, tra cui David Hockney, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Ugo Rondinone. Impressionato dalle espressioni grafiche di autori outsider, così come dal linguaggio formale, dai modi narrativi infantili e dalle opere di artisti emarginati, Dubuffet non ebbe mai paura di osare né di andare contro le convenzioni artistiche più radicate. E dopo aver visitato alla fine della seconda guerra mondiale alcuni ospedali psichiatrici di Berna e Ginevra, fu lui a elaborare il concetto di Art Brut, studiando, per valorizzarne l'espressività, i lavori dei pazienti. Partendo dall'originale concezione che l'artista aveva del paesaggio come immagine mentale, la rassegna della Fondazione Beyeler evidenzia la modalità in cui Dubuffet riuscì a trasformare questo soggetto - tra i più classici della pittura - in corpo, viso e oggetto e a rendere paesaggi viventi il ritratto, il nudo femminile o la natura, continuando a sperimentare anche attraverso l'uso di materiali poco consueti come sabbia, ali di farfalla, spugne e scorie. Esiti sorprendenti quelli della sua arte, che l'esposizione non manca di esaltare, offrendo al pubblico i tanti cicli creativi che hanno contraddistinto la sua carriera. Tra i lavori in mostra anche il ciclo più onnicomprensivo di Dubuffet, che l'artista battezza con un neologismo polisemico di sua invenzione, L'Hourloupe, realizzato tra il 1962 e il 1974. Queste opere, nate da scarabocchi tracciati distrattamente con la penna a sfera durante le telefonate, comprendono tele ma anche lavori grafici, sculture e installazioni scultoree, architettoniche e teatrali. Il loro vertice più alto è rappresentato da Coucou Bazar, l'opera d'arte totale che fonde mirabilmente pittura, scultura, teatro, danza e musica insieme ad affascinanti costumi animati. (ANSA).

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