Vivian Maier, l'opera svelata, successo

Visitatori in fila alla mostra di Milano. Prolungato l'orario

- Un'opera fotografica enorme e mai svelata. Durante la sua vita, Vivian Maier ha prodotto 150 mila scatti, ritrovati in forma di negativi, diapositive, stampe, rullini di cui non vide mai le foto sviluppate. Quel patrimonio, venuto alla luce grazie a John Maloof, che ne acquistò casualmente una parte a un'asta nel 2007 e che con determinazione decise di raccogliere tutto ciò che appartenesse a Vivian Maier, è arrivato per la seconda volta in Italia. Dopo la mostra a Nuoro l'estate scorsa, la fondazione Forma Meravigli di Milano ha esposto 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta, una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta e alcuni filmati in super 8 realizzati dalla stessa Maier. La grandissima quantità di visitatori della mostra, aperta fino al 31 gennaio, ha spinto la fondazione a prolungarne l'orario fino alle 21.00. A guardare la fila fuori, sembra incredibile che questa grande artista non solo abbia tenuto nascosta l'intera sua opera ma che, fino alla sua morte nel 2009, abbia condotto una vita di intima solitudine, resa ancor più difficile da problemi economici.
Vivian Maier non aveva la velleità di diventare un'artista di grande fama ma incarnava l'arte; aveva un attento sguardo sull'umanità, in grado di cogliere quello che era sotto gli occhi di tutti ma che gli altri non vedevano. Sapeva esattamente cosa cercava e la tensione verso questa ricerca assunse un aspetto compulsivo che diventò centrale nella sua esistenza.
Lavorava come babysitter a servizio di numerose famiglie, attività che le consentiva di avere un alloggio, di cercare testimonianze della realtà per le strade di New York e Chicago portando a passeggiare ogni giorno i bambini ma, soprattutto, di mantenere il suo segreto. Non aveva legami di amicizia né sentimentali, aveva un carattere rigido e diffidente, aveva meticolosità nella tecnica fotografica, tenacia nello sforzo di accumulare e di portare con sé, in ogni nuova casa in cui lavorava, oggetti di ogni sorta: copie di giornali con notizie di cronaca nera, migliaia di monografie di fotografi e scatoloni pieni del suo lavoro che aumentava in continuazione. La sua Rolleiflex era il mezzo per esprimere una vivacità nascosta alla quale lei stessa dava valore ma che relegava al mistero. Ogni sua foto racconta una storia: quei soggetti, che la guardano con espressione interrogativa, sono messi a nudo nel loro perbenismo o nel loro disagio, sono l'emblema della cultura dell'immagine, dei desideri di un'epoca e della sua alienazione.
Vivian Maier ritraeva drammi familiari, gli acquisti e gli sprechi delle persone, coglieva la profonda distanza tra luoghi e persone che vivevano nella stessa città. Gli autoritratti, nelle vetrine, negli specchi trovati a terra o alzati per caso da qualcuno durante un trasporto, ci restituiscono l'immagine di una donna austera, demodé e al tempo stesso profondamente emancipata. Per Vivian Maier la fotografia era un codice semiologico innato e istintivo più della parola. Un linguaggio con cui oggi, a distanza di anni dalla sua produzione, ci parla per un caso fortuito. E chissà se quegli autoritratti, mescolati nella sua produzione come fossero la sua firma, la sua autodichiarazione di artista, l'ossessiva riservatezza e l'attenta separazione tra la sua vita privata e la fotografia celassero l'intimo desiderio che la sua opera non fosse destinata all'oblio e, insieme, la drammatica incapacità di realizzarlo.

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