Mosaici e tintoria, Pompei svela 6 nuove Domus

I disegni pazzeschi del pavimento a mosaico nella domus di Paquius Proculus, ricco fornaio candidato anche alle elezioni. Il lusso e la magnificenza della Domus dell'Efebo, con le sue rifiniture di altissimo livello e quel delizioso giardino dove le scene 'nilotiche', ultimo grido dell'epoca, si mescolano ai quadretti erotici. Ma anche le tracce dei colori e il racconto del lavoro nel laboratorio di Stephanus, ricco e potente tintore. Restaurate con circa 3 milioni di euro del Grande Progetto Pompei, eccole le nuove sei domus aperte in tempo in tempo per le feste di Natale.

Per il governo, il segno che la sfida del restauro di Pompei è vinta e che i 105 milioni di contributo arrivati dall'Ue sono stati alla fine ben spesi. "E' l'occasione per dire che l'Italia se smette di piangersi addosso è nelle condizioni di poter tornare a essere un paese leader", ha commentato entusiasta il premier Renzi, che ha voluto inaugurarle di persona, nella mattina della Vigilia, scortato dal ministro della cultura Franceschini. Di certo, complice l'alta pressione e i cieli azzurri di questi giorni di festa, la riapertura al pubblico delle sei domus - tutte schierate sulla notissima via dell'Abbondanza - è un'ottima occasione per una passeggiata natalizia tra le strade e i vicoli del sito archeologico che il mondo ci invidia.

"Sei case - spiega all'ANSA il soprintendente Massimo Osanna - che abbiamo scelto perché insieme offrono uno spaccato straordinario di quella che doveva essere la vita nella città romana negli anni subito prima che l'eruzione del Vesuvio, nel 79 dopo Cristo, la seppellisse con le sue ceneri infuocate".

Con ambienti che raccontano la vita dei più ricchi e privilegiati, come il proprietario della Domus dell'Efebo, ad esempio, che probabilmente subito dopo il terremoto che aveva sconvolto la cittadina nel 63 dopo Cristo, comprò e restaurò diverse abitazioni contigue realizzando una sorta di villa urbana. Ma anche abitazioni più semplici, residenza di gente comune, come dovevano essere le case di Fabius Amandio o quella del Sacerdos Amandus, entrambe più piccole e modeste, con meno stanze delle altre, eppure decorate con una certa raffinatezza. E poi c'è la casa del Criptoportico, che - racconta sempre Osanna - "deve essere stata di grandissimo prestigio nell'età augustea, con le stanze decorate con scene dell'Iliade, pitture di altissima qualità, terme"; e che invece, dopo il terremoto, venne probabilmente ceduta e ristrutturata, con quello che restava del criptoportico chiuso e trasformato in in una cantina.

Particolarmente interessante, infine, la visita della Fullonica di Stephanus. Portata alla luce tra il 1912 e il 1914 nella campagna di scavi diretta allora da Vittorio Spinazzola, è uno dei più importanti e completi laboratori per il lavaggio e il trattamento dei tessuti scoperti a Pompei. Era dotata di grandi vasche in muratura per il risciacquo, alimentate da un flusso di acqua ininterrotto, di bacini di pietra per la tintura, per il lavaggio e la smacchiatura (che veniva fatta con dei particolari tipi di argilla o con l'urina). Non solo: al piano superiore c'erano grandi terrazze dove le stoffe venivano asciugate e trattate e una pressa (il torcular) che serviva a stirare il tessuto e a renderlo brillante. E a dimostrazione del prestigio del proprietario, gli ambienti erano decorati con pitture di un certo gusto. Stephanus, racconta Osanna, era un uomo senz'altro importante, "in una società preindustriale com'era quella di Pompei - spiega il soprintendente - un laboratorio di tintura rivestiva una grande importanza e i fullones come lui potevano anche influenzare le elezioni politiche".

Tant'è, la visita è d'obbligo, così come un giro nella casa di Proculo il fornaio, uomo ricco e influente (il suo celeberrimo ritratto accanto alla moglie è una delle icone del sito campano ed è esposto a Napoli al Museo Archeologico Nazionale) che per la sua casa aveva voluto un pavimento con mosaici da urlo e poi un salone e un peristilio con le pareti dipinte con soggetti 'nilotici' in omaggio a quella sorta di 'egittomania' tanto in voga in quegli anni nel mondo romano. In tutto tre piani, con una facciata semplice e austera arricchita da un balcone al primo piano. E un atrio con un pavimento eccezionale, tra i più estesi e meglio conservati di Pompei. Bellissimo, a cominciare dal celeberrimo mosaico del cane alla catena fra porte semiaperte a cui seguono riquadri geometrici con animali, remi, timoni, testine umane. Ambienti creati per accogliere il visitatore ma anche sorprenderlo e meravigliarlo. Duemila anni dopo, il colpo al cuore è ancora assicurato.

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