Berengo Gardin, amo il bianco e nero

Inaugura mostra Maxxi, poi a Milano contro Grandi Navi a Venezia

Il reportage in bianco e nero e rigorosamente a pellicola, anche oggi. Gianni Berengo Gardin, il maestro della fotografia italiana, non cede alla moda del digitale, della velocità, del selfie e difende la qualità invece della novità. "Ho cominciato con la tv in bianco e nero, con il cinema, di cui sono appassionato, in bianco e nero. Tutti i miei maestri sono fotografi in bianco e nero. Sono cresciuto con il bianco e nero e poi per i reportage, per quello che faccio io, è più efficace. Il colore distrae sempre chi guarda una foto, si concentra più sul colore che sul contenuto", dice all'ANSA Berengo Gardin che è uno dei tre fotografi che ha pubblicato più foto su 'Il Mondo' di Pannunzio.   A 84 anni, il fotografo non solo apre lo scrigno della memoria come farà stasera inaugurando, con 'il libro dei libri' (Contrasto), al Maxxi di Roma il Festival 'Nel baule. Ricordi e autobiografie', curato e ideato da Roberto Ippolito, ma prende posizione contro le Grandi Navi a Venezia con 27 foto scattate fra il 2013 e il 2014, esposte da domani a Villa Necchi a Milano nella mostra 'Mostri a Venezia', organizzata dal Fai.   "Le Grandi Navi che sono lunghe il doppio di San Marco e in altezza sono una volta e mezza Palazzo Ducale, sono un pericolo perchè inquinano, smuovono la terra sotto l'acqua e non è certo un beneficio per le palafitte veneziane e poi inquinano,visivamente sono un pugno nell'occhio. Tutte balle quelle di chi sostiene che non è cosi'" dice all'ANSA Berengo Gardin che è ligure di nascita, veneziano di adozione e vive a Milano. "Mi sento veneziano, mia moglie è veneziana - racconta - e anche i miei figli. Per tre generazioni la mia famiglia ha avuto un negozio in Calle Lunga San Marco di vetri e perle veneziane.Abbiamo chiuso nel'70 perchè c'era una concorrenza bestiale dei banchetti e poi della paccottiglia di maschere fatte a Taiwan.Per mia fortuna, altrimenti mi trovavo a fare il venditore di collane ai cannibali".   Per un periodo, quello in cui era ancora fotoamatore, Berengo Gardin ha lavorato al negozio ma nel tempo libero fotografava.Proprio le foto raccolte in 'Venise des saison' con testi di Giorgio Bassani e Mario Soldati sono stati il suo passpartout per diventare professionista, anche se pubblicare il libro non è stato facile. Per imparare il mestiere, nel'54 è andato a Parigi, ha conosciuto Doisneau e Willy Ronis "che è diventato il mio maestro" e poi, grazie ad uno zio che viveva in America ed era amico di Cornell Capa, il fratello di Robert, ha ricevuto i libri dei fotografi di Life e della Farm Security Administration e "ho capito che la fotografia poteva essere anche un lavoro serio, di impegno sociale". Il più grande riconoscimento, quello per cui "il giorno dopo sarei morto felice" è stato, racconta,"di Henri Cartier-Bresson in un libro sul Messico che mi ha dedicato scrivendo: 'A Berengo con simpatia e ammirazione'".   Ne "il libro dei libri", a cura di Bruno Carbone con un saggio di Peter Galassi che raccoglie 50 anni di lavoro e copertine, voci, immagini di oltre 250 libri, dai lavori per il Touring Club, alla collaborazione con Olivetti all'esperienza con Franco Basaglia sui manicomi a quella con l'amico Cesare Zavattini sul suo paese d'origine, Luzzara, agli zingari con testi di Gunter Grass. "Di questi sono una sessantina i libri di cui sono proprio soddisfatto. Non sono un fotografo di architettura ma di reportage e quelli sono i libri a cui tengo maggiormente" spiega e aggiunge: "faccio tutt'ora foto in bianco e nero e rigorosamente a pellicola.   Il digitale è un fatto commerciale e cambia la mentalità dei fotografi perchè scattano a mitraglia. C'è una pubblicità che dice: 'non pensare, scatta'. Nei miei incontri all'università ai ragazzi insegno il contrario: 'pensa, pensa, poi scatta'.L'unico vantaggio del digitale è l'immediatezza ma non amo questa accelerazione della vita. E non parlategli del selfie:"Lo odio". Del futuro dice: "non mi aspetto più niente perchè la qualità non conta anche se all'estero c'è più attenzione alla fotografia rispetto all'Italia".
   

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