Cassazione: 'sciacquetta' in tv vuol dire 'sprovveduta'

Motivi assoluzione Rosita Celentano denunciata da Sara Varone

Il vocabolo 'sciacquetta' "perde la sua carica offensiva" se viene pronunciato, come concetto "malamente espresso", dopo la parola "sprovveduta", nell'ambito di trasmissioni televisive di intrattenimento dedicate ad aspiranti alla notorietà come i 'tronisti' e seguite da un pubblico che interpreta il significato delle parole non in base al dizionario ma al contesto nel quale vengono pronunciate. Per questo motivo la Cassazione ha assolto "perchè il fatto non sussiste" Rosita Celentano, la figlia del 'molleggiato' che si cimenta nella conduzione tv e radiofonica, per aver dato nel 2009 della 'sciacquetta', appunto, alla show girl Sara Varone durante la trasmissione 'Domenica5' dedicata a 'Matteo Guerra e le sue donne' tema che gli 'ermellini' definiscono "già di per sé eloquente".

Il verdetto dei supremi giudici ripercorre i fatti ricordando che la Celentano chiese al tronista Guerra cosa volesse fare da grande e alla risposta che voleva fare l'attore gli disse che allora - sintetizza e traduce la Cassazione - "era inutile farsi riprendere in compagnia di ragazze sempre diverse". Esattamente però, la figlia di 'Adrian' espresse il concetto esplicitato dagli 'ermellini' dicendo a Guerra "dove sei tu, queste quattro sciacquette. Che questa cosa riesce solamente con le ragazzine più sprovvedute e veramente quattro sciacquette". Una delle "ragazzine", ricorda la Cassazione, era Sara Varone che si sentì diffamata e chiamò in trasmissione per ottenere delle scuse che non ebbe: denunciò Rosita che fu condannata in primo e secondo grado, anche a risarcirla.

Con il verdetto 2682 depositato dalla Quinta sezione penale e relativo all'udienza svoltasi lo scorso dieci dicembre, la Suprema Corte spiega che "dalla valutazione della condotta, emerge in maniera chiara come l'imputata muovesse una critica all'ospite presente, Matteo Guerra, al quale addebitava di cercare notorietà accompagnandosi a giovani donne, delle quali, in sostanza si approfittava, perchè sprovvedute". Ad avviso della Suprema Corte, "in quel contesto il termine sciacquetta acquista, anche nella percezione del pubblico di quella trasmissione televisiva, un senso diverso rispetto alla definizione che ne dà il dizionario della lingua italiana (lavapiatti, sguattera, donna di facili costumi, sgualdrinella) per riferirsi piuttosto al concetto, malamente espresso, di giovane donna inesperta, incauta, 'sprovveduta', appunto, termine che nella frase precede, connotandolo, quello improprio di 'sciacquetta'". Meno incline ad avvalorare questa interpretazione lessicale e' stata la Procura generale della Cassazione rappresentata da Elisabetta Cesqui che aveva chiesto la inammissibilità del ricorso per l'evidente offensività del termine rivolto alla Varone e alle altre "ragazzine". 
   

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