Frank Sinatra, 100 anni fa nasceva “The Voice”

Il 12 dicembre di 100 anni fa a Hoboken, sobborgo di New York

La voce più famosa d’America, Francis Albert Sinatra nasceva il 12 dicembre di 100 anni fa a Hoboken, sobborgo di New York per immigrati e bravi lavoratori; l’ultimo trionfo pubblico fu fissato dal più grande dei “crooner” nel 1995 – giusto vent’anni fa – per l’addio alle scene: un concerto per pochi intimi, appena più di 1000, a febbraio e una festa-esibizione a novembre, con “soltanto” 400 ospiti ma quasi 150 milioni di spettatori, grazie alla diretta tv. Era l’apoteosi di una star che per oltre 60 anni aveva dominato le scene, tanto che per salutarlo tutti i teatri di Broadway fecero un minuto di silenzio.

La morte sarebbe giunta tre anni dopo, il 14 maggio 1998. Frank Sinatra, americano di prima generazione, figlio di un boxeur di Palagonia (in Sicilia) e di una volitiva genovese (Natalia “Dolly” Garavante), non è un figlio della miseria e del disagio da immigrato. Allevato dai nonni, spesso solo e ribelle, il ragazzo si conquista l’attenzione dei compagni di scuola facendo l’imitatore e il cantante: sogna di diventare come il suo idolo Bing Crosby. La data “ufficiale” del debutto è a scuola, nel 1930, ma subito dopo viene espulso e si deve trovare un lavoro. La sera però comincia a esibirsi nei locali. diventa un “saloon singer” con paga da fame e ritmi frenetici, ma fa carriera in fretta.

La prima canzone registrata è del 1939, la prima tournée nell’orchestra di Tommy Dorset del 1940, il primo ingaggio cinematografico del 1941, l’esordio con un ruolo significativo del 1944 (“Higher and Higher”) dopo un paio d’anni passati a cantare per le truppe americane impegnate in guerra. Personaggio pubblico fin da giovane (sarà amico di ben quattro presidenti, da Roosevelt a Kennedy, da Nixon a Reagan, anche se per nessuno si spenderà come per JFK), mito della prima generazione di ventenni del dopoguerra, star carismatica dallo sguardo magnetico (“Old Blue Eyes”), riesce difficile dire se Frank Sinatra sia stato più grande come cantante, come showman o come attore. Certamente il soprannome più celebre, “The Voice”, celebra la sua completezza vocale, il timbro di velluto, l’abilità nel costruire una serie impressionante di “evergreen” con oltre 600 milioni di dischi venduti e folle oceaniche per i suoi concerti: una volta al Maracanà pare abbia radunato 160.000 spettatori in estasi. Ma nella sua carriera a Hollywood si contano, per un totale di 53 film, un Golden Globe, per “Pal Joey” nel 1957, una applauditissima nomination (“L’uomo dal braccio d’oro” di Otto Preminger, 1955), un Oscar onorario (per il cortometraggio del 1948 “The House I live in”) e una trionfale statuetta nel 1953 per il suo primo, grande successo cinematografico, “Da qui all’eternità” di Fred Zinnemann. La sua colonna sonora celebrata da 2200 brani originali e 21 Grammy Awards, evoca emozioni per intere generazioni da “My Way” a “Strangers in the Night”, da “New York, New York” a “Summer Wind” ; ma il suo cinema ha gemme indimenticabili: “Hotel Mocambo” (1944), “Un giorno a New York” (1949) di Stanley Donen e Gene Kelly che gli fu maestro di ballo; “Alta società” (1956), “Qualcuno verrà” (1959), “Il diavolo alle quattro” (1961), “Il colonnello Von Ryan” (1965). Il melodramma sociale e il noir occuparono un ruolo crescente nella sua filmografia, fin dall’intenso ritratto del soldato reduce e sconfitto di “Da qui all’eternità”, un ruolo che Sinatra volle con tutte le sue forze nel momento più buio della carriera, quando sia la musica che il cinema sembravano avergli voltato le spalle. Venne poi il drogato e disperato Frankie Machine di “L’uomo dal braccio d’oro”, ma i personaggi al di qua e al di là della legge di infittirono col passare degli anni: nel 1960, l’anno di gloria del “Rat Pack” (il gruppo di amici e divi composto insieme a Dean Martin, Sammy Davis Jr, Peter Lawford e Joe Bishop) venne “Ocean’s Eleven”, allora distribuito col titolo di “Colpo grosso”, ma poi diventato un classico grazie al remake con George Clooney. In quell’anno i casinò di Las Vegas in cui è ambientata la storia erano quotidiano terreno di caccia per Sinatra e i suoi amici ed era quello il set ideale di un pericoloso miscuglio tra finzione e vita reale che a Sinatra procurò non pochi guai.

I pettegolezzi sulle sue frequentazioni con la mafia risalivano alla fine degli anni ’40, al tempo di una tournée a Cuba, terra di conquista delle “famiglie” di Miami e Las Vegas. Vennero poi le indagini dell’FBI (mai approdate a un’incriminazione a dire il vero), le foto con il boss Gambino e l’amicizia con Joe Adonis. E, in piena ascesa del Presidente e amico JFK, ecco il profetico “Va’ e uccidi” di John Frankenheimer, uno dei più sconvolgenti thriller politici nella storia del cinema americano. Tanto minaccioso nel finale da farsi sconfessare in seguito dal protagonista che vi lesse inquietanti similitudini con l’uccisione di Kennedy. Da tempo si parla della biografia di Frank Sinatra che Martin Scorsese vorrebbe realizzare con Leonardo Di Caprio protagonista. Il progetto resta ancora sulla carta per controversie con la famiglia (peraltro divisa tra il clan della quarta moglie Barbara e i tre figli del primo matrimonio). Ma né il chiaroscuro delle frequentazioni dubbie, né lo splendore dell’ufficialità, coronata alla fine dalla Medaglia del Congresso, bastano per spiegare il fascino di The Voice: seduttore per tutte le stagioni, da Grace Kelly ad Ava Gardner, dalla terza moglie Mia Farrow a Kate Moss (baciata senza che protestasse dall’ormai anziano Sinatra sotto gli occhi attoniti del fidanzato Johnny Depp), essere fragile e prepotente, piccolo-grande Napoleone della musica, Sinatra può essere ben dipinto dalle circostanze del suo funerale. Nel pomeriggio di quel 20 maggio 1998, sei giorni dopo la morte, vennero in oltre 400 alla chiesa cattolica di Beverly Hills, da Gregory Peck a Sophia Loren. La bara fu scortata da un picchetto militare in alta uniforme, ma la lapide è piccola e quasi anonima nel cimitero di Palm Springs, lo stesso dei suoi genitori. Sinatra venne sepolto con la cravatta con i colori sociali del Genoa Football Club per sua esplicita richiesta e sulla pietra è inciso il motto da lui voluto: “Il meglio deve ancora venire”.

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