Umberto Eco e l'imbecillità 2.0, il web si divide

I social come Speaker's Corner? E' scontro tra apocalittici e integrati

"I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E' l'invasione degli imbecilli": questo l'anatema di Umberto Eco sul popolo del web. 

Se a parlare di imbecillità digitale è un filosofo come Eco, il tema diventa un topic di tendenza che scatena navigatori ed opinion leader della rete, alcuni d'accordo, altri in disaccordo con il professore.

Pier Luca Santoro invita a vedere il video integrale dell'intervento di Eco a Torino. "Emer­gono due cose di fondo: da un lato - osserva - che la decon­te­stua­liz­za­zione del discorso implica ine­vi­ta­bil­mente fraintendimento ed infatti il ragio­na­mento di Eco è di più ampio respiro, dall’altro lato non si può non rile­vare come nono­stante vi fos­sero nume­rosi gior­na­li­sti in aula è man­cata qual­siasi buona pra­tica gior­na­li­stica, a comin­ciare dall’assenza di fact chec­king, e si sia pre­fe­rito dare in pasto alla pan­cia delle per­sone una preda su cui avventarsi".

"Non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza" è il commento pubblicato da Gianluca Nicoletti sul suo blog sulla Stampa.  Non è d'accordo con Eco: "Era sin troppo facile - scrive Nicoletti - per ogni intellettuale, o fabbricatore di pensiero, misurarsi unicamente con il simposio dei suoi affini. Ora, chi vuole afferrare il senso dei tempi che stiamo vivendo è costretto a navigare in un mare ben più procelloso e infestato da corsari, rispetto ai bei tempi in cui questa massa incivilizzabile poteva solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori".  Chi siamo noi, si chiede, "per negare il diritto all’imbecillità di evolvere con strumenti individuali?".

Una difesa d'ufficio arriva da una ex allieva di Umberto Eco, Giovanna Cosenza, a sua volta docente universitaria a Bologna. Prova ad interpretare il pensiero del maestro e lancia una provocazione, citandolo: "Umberto Eco su Internet è apocalittico, integrato, o nessuna delle due cose? Ai posteri l’ardua sentenza"

 

Paragonando la libertà di parola sul web ad una sorta di 'Speakers' corner' di Hyde Park 2.0, Juan Carlos De Martin contraddice invece Eco: "Su Internet si sbaglia. E si sbaglia proprio dal principio, ovvero da quando afferma che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli». Non perché l’affermazione non sia vera - chiunque frequenti la Rete lo vede tutti i giorni - ma perché anche gli «imbecilli» hanno il diritto di esprimersi. La nostra Costituzione, infatti, non concede la libertà di espressione solo ai premi Nobel, ai «colti» o agli «intelligenti»: la libertà di parola è assicurata a tutti. Ed è assicurata a tutti perché è nell’interesse di democrazie ben funzionanti avere il più ampio spettro possibile di voci, incluse quelle che possono apparire (e magari sono) estreme o «imbecilli». Con un unico rimedio accettabile, ovvero ancora più parole: parole di chiarimento, di confutazione, di spiegazione, di informazione".

Anche il geofisco Enzo Boschi non è d'accordo con Umberto Eco. Su twitter, rivolgendosi idealmente a lui, cinguetta: "Che noia se parlassero solo geni come te" .

Interviene sul tema anche l'enciclopedia Treccani, che spolvera in un tweet una vecchia e pertinente citazione dello stesso Eco, che ne sottolinea la sostanziale coerenza di pensiero: "Questo è il bello dell'anarchia di internet. Chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza".  

 

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