Le serie tv? Meglio che fare Scienze Politiche

Le 10 migliori serie tv secondo Micromega per capire le dinamiche del potere

Da Breaking Bad a House of Cards, passando per la ‘nostra’ Gomorra. Un fenomeno globale con milioni di spettatori, le serie televisive criticano il potere, trattano la politica in maniera dissacrante e piacciono sempre più a un pubblico ormai stanco delle tradizionali forme di narrazione cinetelevisive. E' questo il tema affrontato su Micromemega da Mario Sesti  dal titolo  potere canaglia e serial Tv.

Ecco le 10 serie Tv da non perdere 

Black Mirror, ideato da Charlie Brooker (2011, 2 stagioni)
Ispirato a The Twilight Zone di Rod Serling, è la punta avanzata della sperimentazione che si possa osare con il pubblico della televisione: nel primo episodio il premier inglese, ricattato, deve fare del sesso con un maiale in diretta tv per salvare la vita di una giovane principessa della famiglia reale vittima di un rapimento. Il suo autore (esperto di fumetti e videogiochi, popolare opinionista e critico televisivo) fa degli “specchi neri” (ovvero le schermate della televisione, del pc, delle postazioni dei videogiochi) il pozzo/specchio in cui prendono vita fantasie inquietanti che rivelano la crudeltà dei media, le manipolazioni tecnologiche, le aberrazioni sociali (come la trasformazione di un comico in politico: un episodio che ha avuto larga eco sui nostri giornali per ragioni che non c’è bisogno di spiegare). Tre episodi a stagione, con cast e trama diversi per ogni episodio. Set di nitore futuristico kubrickiano – in fondo potrebbero essere tutti figli di Arancia meccanica - plot sorprendenti e una sensazione finale, costante, di smacco e scetticismo. La critica ha scomodato Dick e Gibson ma la crudeltà in cui affonda le radici non sarebbe dispiaciuta neanche a Beckett e a Pinter.

Boss, ideato da Farhad Safinia (2011 – 2012, 2 stagioni)
Il sindaco di Chicago Tom Kane (“ogni riferimento al Citizen di Orson Welles è voluto”, Grasso) ha un segreto. Ha poco da vivere, a causa di una grave malattia neurologica degenerativa: l’unica cosa che la sua diabolica scaltrezza (capace di usare qualsiasi cosa per mantenere il potere: fraterni collaboratori, ambiziosi novizi, assessori idealisti, industriali corrotti, infallibili killer - nonché la moglie e la figlia) non riesca a controllare e manipolare. Interpretato da un attore di razza, Kelsey Grammer (“convincente come un vecchio bullo della scuola” “The New York Times”), è un personaggio di furiosa grandezza, una versione postmoderna del principe machiavellico. Nella politica non esiste la morale, tutto può diventare strumento per l’unico fine che è il Potere stesso il cui unico limite è la finitezza della vita e del corpo. Insieme a Breaking Bad, è forse la serie che offre il tasso più alto di libertà e personalità dello sguardo, quella in cui è più sensibile la mimesi dell’autorialità cinematografica (la serie è prodotta da Gus Van Sant; il suo ideatore, Farhad Safinia, ha scritto il bel copione di Apocalypto). Le allucinazioni del protagonista, il mix di sensualità e cinismo che si respira sin dall’esordio, i toni da noir e crime movie, la tendenza all’espressionismo architettonico della città lo rendono un piccolo gioiello del genere. Senza contare la spietatezza della critica politica: a confronto di questo sindaco il George Clooney delle Idi di Marzo è Mary Poppins.

Homeland, ideato da Howard Gordon e Alex Gansa (2011, 4 stagioni)
L’agente della Cia Carrie Mathison (Claire Danes, vicina alla Maya di Jessica Chastain in Zero Dark Thirty di Katryn Bigelow) ha un disturbo bipolare ed un’ossessione nei confronti di Nicholas Brody ex marine “brainwashed” e reclutato tra le fila di un associazione terroristica jihaadista. La lotta al terrorismo, le teorie cospirazioniste, i timori di un Paese che deve lottare con gli stessi metodi del proprio nemico, avvicinano molto Homeland a 24, ma più che la reazione violenta e antigarantista si respira a pieni polmoni la difficoltà della frustrazione e dell’impotenza. E anche della fobia successiva all’ 11 settembre (benché si tratti di una serie originariamente ambientata e realizzata in Israele): vedere un ufficiale degli Stati Uniti che prega di nascosto nel proprio garage in direzione della Mecca è una immagine altamente disturbante che deve aver esercitato lo stesso oscuro fascino dei cittadini di provincia trasformati in collettivisti senza personalità, come comunisti, tipici dei film di fantascienza degli anni ’50, nei quali gli alieni si impadronivano della Terra. Il passo incessante e nervoso, l’interpretazione di Claire Danes e del suo capo Mandy Patimkin, il finale ansiogeno della prima stagione sono i suoi punti di forza.

Downton Abbey, ideato da Julian Fellowes (2010, 4 stagioni)
E’ la fine dell’età edoardiana nello Yorkshire: è il 15 aprile 1912, il Titanic è affondato e l’aristocratica famiglia Crawley scopre che tra le vittime ci sono il cugino del conte con il figlio (erede di Downton Abbey, la dimora dei Crawley). E’ il punto di fuga di una saga che intreccia l’alta società di “sopra” con quella di “sotto” formata dai numerosi domestici (che Fellows aveva già raccontato nel copione che Robert Altman aveva trasformato in Gosford Park). Quasi un’applicazione scolastica del metodo storiografico degli Annales di Braudel. Se l’ apparenza è quella di una colta soap, la sorprendente dovizia dell’influenza della Storia e delle condizioni materiali di vita sui personaggi, il fittissimo reticolo di relazioni tra le due società, il peso micidiale delle ingiustizie di classe e il modo in cui si diventa individui (e personaggi) contrastandole, la cristallina sottigliezza dei dialoghi e la crudeltà infaticabile del melodramma, la set decoration e la campagna inglese, contribuiscono anch’essi, come zelanti ed infaticabili servitori, ad un flusso romanzesco palpitante e gremito di caratteri. Difficile capire se il merito maggiore è dei protagonisti o dei comprimari, del copione o della disciplina della ricostruzione: del passo militare della narrazione o della perfetta musicalità narrativa del canone che alterna le voci di “sopra” a quelle di “sotto”.

Gomorra, ideato da Roberto Saviano, Stefao Bises, Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi, Giovanni Bianconi (2014, 1 stagione).
La lotta senza quartiere tra due clan napoletani (i Savastano e i Conte) forse non ci racconta nulla di nuovo, nulla che Saviano non avesse già fittamente battuto e documentato. La novità è nell’adozione di un punto di vista di inaudita innovazione rispetto alla tradizione rassicurante della fiction di produzione italiana: “Volevamo provare a raccontare il mondo della polizia visto con gli occhi loro, con gli occhi della camorra. Dove polizia, società civile, città, sono solo intralci, campi di conquista. Non volevo che si raccontasse il commissario, il giudice coraggioso, volevo raccontare come il potere ragiona e sta al mondo”. In realtà, l’altra sensibile innovazione sta nella variazione polifonica dello schema di rise and fall, ascesa e caduta, tipico del gangster film, che viene perseguito, a staffetta, dall’intera famiglia Savastano: prima il padre, poi la moglie e quindi il figlio. Un destino di potere, solitudine, angoscia, rancore e smacco che non contempla vie d’uscita. Dentro questo sguardo, la criminalità organizzata, rivela il suo pensiero unico, che è lo stesso dei batteri e dei virus: l’ autodistruzione attraverso l’ annientamento del proprio ambiente vitale (come del resto hanno fatto in Campania). L’inesorabilità meccanica di cause ed effetti, la claustrofobia sociale e psichica, la compagnia costante di paura e violenza, servite da un notevole collettivo di interpreti e da una regia disposta abbastanza spesso a rinunciare alla fascinazione dell’action movie, danno vita ad un popolo del Male senza riscatto né felicità che rimane nella memoria più di qualsiasi commissario martire o boss dall’infanzia infelice.

House of cards, ideato da Beau Willimon (2013, 2 stagioni)
Adattata da una omonima miniserie inglese, racconta vita e imprese di Frank Underwood, deputato del Partito Democratico americano, un personaggio che ha visto anche Obama come suo appassionato spettatore. I vertici politici che, grazie al suo impegno nella campagna, hanno vinto lo fanno sbrigativamente fuori: le due stagioni raccontano l’infaticabile, sinistro, elegante, inesausto e invisibile lavoro della sua vendetta senza scrupoli – per realizzare la quale si serve della ambigua complicità della moglie. Ricorre a tutto, dalla menzogna priva di scrupoli fino all’omicidio. “Gli americani sono gli unici che tollerano e perpetuano quella forma di teatro quotidiano di aggressione e venalità da cui la serie fa derivare la sua plausibilità”: ma la sua libertà nasce anche dal fatto di essere stata prodotta per la prima volta da un sito di streaming, Netflix, senza neanche approvare un episodio pilota di prova (affidato alle autorevoli mani del regista di Eleven e Social Network, David Fincher). Kevin Spacey che guarda e parla in macchina verso gli spettatori come in una performance teatrale è una sfacciata incarnazione di Riccardo III. Robin Wright, algida e potente, la cui sensualità è alimentata solo dalla lealtà alla guerra di conquista del potere del marito è una proiezione di Lady Macbeth. Capitol Hill e la politica, sembra dire questo serial, possono essere raccontate solo con il realismo imbevuto di sangue del teatro elisabettiano.

Masters of Sex, ideato da Michelle Ashford (2013, 2 stagioni)
Sull’onda del grande successo del 1956 di “Peyton Place” (romanzo peccaminoso di una sconosciuta casalinga poco più che trentenne destinato a diventare una epocale serie tv), il 1966 propose La risposta sessuale umana, di William-Johnson: gli autori erano il sessuologo Masters William e la psicologa Virginia Johnson, per la precisione. L’intenzionale gioco di parole - “Master”, oltre ad essere il nome di William qui sta anche per “maestro” (Aldo Grasso) – connota da subito la sessualità come centro di gravitazione. Nel corso degli anni ’60 il dottor Masters decide di studiare, insieme alla sua segretaria Johnson, la fisiologia del piacere umano, con metodi scientifici che vedono entrambi come cavie. Se all’inizio “ci sembra di assistere ad un Mad Men con alcuni vantaggi in più – il divertimento feticista che fa ricorso ad un pedigree storico - in seguito le implicazioni si fanno più piccanti e sorprendenti” (“The New Yorker”). Non si tratta solo di questo: la demistificazione di una società sessuofoba fa da scenario ad un rapporto sentimentale in cui il sesso sconvolge le tradizionali relazioni di potere. Non c’è area della società e della vita individuale (la società, la famiglia, la coscienza personale) che nella vita dei due eccellenti interpreti (Michael Sheen – più volte Tony Blair sullo schermo – e la straordinaria Lizzy Caplan) non venga condizionata, sconvolta o illuminata dall’attrazione e dall’abbandono, dal desiderio e dall’appagamento.

Orphan Black, ideato da Graeme Manson e John Fawcett (2013, 2 stagioni)
L’ inizio sembra quello di un classico racconto fantastico dell’ 800. Cosa succederebbe se (‘What if’) qualcuno scoprisse che esistono numerose copie, identiche, di sè? È quello che succede a Sarah che vede letteralmente un’ altra se stessa gettarsi sotto ad un treno. Da lì viene irreversibilmente risucchiata in una vita - quella della suicida Beth – al centro di una diabolica cospirazione internazionale il cui potere affonda in un uso incontrollato della genetica. Il tema del doppio (un classico della letteratura moderna e del cinema) non è una novità nelle serie tv (How I met your mother, The Vampire Diaries, United States of Tara, Millennium) ma Tatiana Maslany, l’attrice canadese protagonista che arriva ad interpretare ben otto diverse se stessa (e spesso facendo se stessa che simula di essere un’altra sé), esegue con tale versatilità, plasticità e brillantezza uno spartito così arduo, da trasformare un inventivo thriller fantapolitico in una magnetica polifonia attoriale: la pulizia della CGI (gli effetti digitali generati dal computer che consentono al corpo dell’attore di recitare in più personaggi della stessa messa in scena) è al servizio di un trionfo umanista. L’allucinazione cospirazionista (capace di mandare in estasi qualsiasi grillino), che pure semina nella nostra attenzione interrogativi che potrebbero diventare inquietanti, è lo strumento per una esplorazione corale, non superficiale e a tratti rivelatrice, della soggettività femminile.

Revolution, ideato da Eric Kripke (2012 - 2014, 2 stagioni)
Un blackout globale ha eliminato l’elettricità dalle nostre vite, la Terra torna ad essere un luogo vasto e selvaggio, le tradizionali forme di governo sono andate distrutte e la società civile è un semplice ricordo. J. J. Abrams (tra i creatori di Lost) produce l’idea, primordiale, esotica e molto sci-fi anni ’60 (pensiamo ai romanzi di Clifford Simak), di un mondo pre-industriale dove l’attività quotidiana consiste essenzialmente nel sopravvivere ma dove sullo sfondo (un po’ come accade in Battlestar Galactica) l’ apocalisse è anche la chance di un riavvio della riprogettazione della vita collettiva: ovvero, della Politica (“Non ci interessava raccontare la fine di tutto ma l’inizio di qualcosa”, ha detto Kripke). Da una parte ci troviamo in un immaginario di genere gradevolmente old fashion, quasi un cappa e spada che “romanticizza la resistenza e demonizza i potenti” (Alessandra Stanley), uno “Zorro con un tocco dei Predatori dell’ arca perduta”, (“New York Times”), dall’altra l’oscillazione tra violenta tirannide e collettivismo d’emergenza, le prove di democrazia e la minaccia continua della violenza, processano in modo elementare la domanda più antica. Qual è la forma più appropriata e umana di costruire la società e la cosa pubblica? Una spruzzata di misticismo, una fitta partitura corale (nella quale riconosciamo il volto di Giancarlo Esposito, l’attore di Spike Lee protagonista di memorabili episodi di Breaking Bad) e il predominio dell’azione sugli effetti speciali (un po’ alla Carpenter), gli assicurano consistenza e dinamismo

Utopia, ideato da Dennis Kelly (Grand Bretagna, 2013, 2 stagioni)
“Non ci ho mai creduto ma sono molto affascinato dalle cospirazioni: c’è stata una tale proliferazione negli ultimi anni anche grazie ad Internet, è come se il mondo fosse diventato un misto indiscernibile di fatti e finzione”, ha detto Kelly. In questa serie di Channel Four “il cui look somiglia più a quello del cinema indipendente che a quello delle serie tv” (“The Guardian”), il mondo è globalmente e clandestinamente manipolato da The Network. Che cosa questa onnipotente organizzazione voglia fare al mondo è un segreto cifrato in una graphic novel di cui entra casualmente in possesso un ragazzino la cui caccia dissemina cadaveri in tutta l’Inghilterra. Violento e brutale proprio come una graphic novel (un cortocircuito metalinguistico che non passa inosservato), ha un inizio alla Tarantino e un pilota di ritmo e tensione unici. Colori da pop art, recitazione spesso al limite del grottesco, camerawork di sofisticata stilizzazione visiva: “ tutte le inquadrature sono curate come se si esplorasse un incubo con gli occhi spalancati” (“Le Monde”). La fobia del controllo della nostra vita, la falsificazione costante della realtà da parte dei media, la corruzione fisiologica della politica, la distruzione irreversibile della famiglia sono sviluppati nei caratteri e nell’intreccio fino ad un livello di estremismo e radicalità (puramente “distopico”) da stingere più volta nella black comedy. 

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