Beni comuni, cosa ne sappiamo?

Solo Ecuador e Bolivia li riconoscono e li proteggono a livello costituzionale

di Antonio Manzoni e Domenico Giannino*

La guerra per l’acqua di Cochabamba in Bolivia (2000), le trentennali lotte contro le estrazioni petrolifere in Ecuador, il referendum italiano “Acqua Bene Comune” (2011) e tante altre. Sono battaglie che condividono tutte lo stesso scopo: difendere qualcosa che è tanto essenziale quanto trascurato. Stiamo parlando dei beni comuni.

Il tema dei beni comuni è riemerso nel dibattito politico e giuridico contemporaneo dopo un lungo periodo di damnatio memoriae. La scintilla che ha ravvivato tale dibattito in diversi scenari, è stata la necessità di garantire ad ogni essere umano le condizioni fondamentali per una vita ‘degna’, condizioni messe in costante pericolo dalle sempre più insensibili leggi del mercato.

Cercare una definizione esaustiva di bene comune non è affatto facile ed altrettanto controverso è il loro legame con la dignità della persona umana. Tradizionalmente, con beni comuni s’intendono tutte quelle risorse naturali – come i ghiacciai, le foreste, i fiumi, i laghi, i frutti della terra – che costituiscono un patrimonio condiviso essenziale alla vita sul nostro pianeta.

Tuttavia, questa definizione minima è stata ampliata, non senza critiche, fino a ricomprendere anche quei prodotti della cooperazione sociale quali la cultura, il linguaggio e l’arte.

La protezione di tutti questi elementi – sintetizzata da alcune costituzioni latinoamericane con i concetti di buen vivir, derechos de la naturaleza e tutela dei bienes colectivos – è sicuramente di portata rivoluzionaria, avendo la capacità di ridisegnare il modello di sviluppo contemporaneo.

Inoltre i beni comuni, che si pongono al di fuori della classica dicotomia “pubblico-privato”, hanno come obiettivo, secondo la felice definizione data dalla Commissione Rodotà (2007), quello di produrre “utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona”. Per questo motivo, a nostro parere è la costituzione il luogo più adeguato alla valorizzazione dello spazio del comune.

Nonostante sembri scontato che tali beni debbano essere protetti a livello costituzionale, tuttavia ad oggi solo le costituzioni di Ecuador e Bolivia garantiscono tale riconoscimento.

In un più ampio processo di inclusione dei popoli indigeni, le recenti riforme costituzionali di questi due stati (l’Ecuador nel 2008 e la Bolivia nel 2009) hanno introdotto, per esempio, gli interessanti concetti di buen vivir, derecho de la naturaleza e tutela dei bienes colectivos.

Il legame tra costituzioni e politica è sempre stato profondo. Nel caso boliviano è stata proprio una rivoluzione politica ad essere una delle motivazioni di un profondo cambiamento costituzionale.

Alla fine degli anni ’90, il governo dell’ex-dittatore Suárez privatizzò, seguendo le direttive della Banca Mondiale, l’impresa pubblica che gestiva l’acqua di Cochabamba, affidandola in gestione al consorzio multinazionale Aguas del Tunari, di proprietà dell’italiana Edison e dell’americana Bechtel. Tale privatizzazione causò un aumento del 300% delle tariffe idriche, rendendo l’acqua quasi un bene di lusso e costringendo alla povertà ampi strati della popolazione. Fu questo a scatenare, alla fine del 1999, uno sciopero generale di quattro giorni, durante il quale venne redatta la Dichiarazione di Cochabamba, in cui si richiedeva il riconoscimento del diritto fondamentale al bene comune acqua. Dopo tale sciopero, si susseguirono diverse manifestazioni, spesso represse nel sangue dal governo boliviano il quale, data l’enorme partecipazione popolare alle rivolte, fu costretto a ritirare la privatizzazione. Tale ritiro condusse ad una famosa decisione della Corte d’Arbitrato della Banca Mondiale che, in seguito alle pressioni ricevute da movimenti popolari in diverse parti del mondo, accordò un risarcimento di pochi centesimi di euro del governo boliviano alla Bechtel ed alla Edison.

Un simile schema si ripeté durante il 2003 con la cosiddetta “guerra del gas” boliviana (contro la privatizzazione del secondo più grande giacimento di gas del Sud America), che costrinse il presidente Sánchez de Lozada a fuggire dal paese. I cambiamenti innescati da tali movimenti popolari, portarono a un cambiamento in chiave democratica dello scenario politico boliviano ed all’approvazione di una nuova costituzione.

In Ecuador la svolta costituzionale benicomunitaria è stata, tra le altre cose, causata dalla volontà di dare una risposta alle disastrose conseguenze delle estrazioni petrolifere in Amazzonia da parte del consorzio multinazionale Texaco-Gulf. Fin dalla metà degli anni ’60, il consorzio multinazionale si è reso responsabile non solo della distruzione criminale dell’Amazzonia equatoriale, ma anche della costante e ripetuta violazione dei diritti fondamentali delle popolazioni indigene. Nel 1992 la Texaco abbandonò l’Ecuador e le popolazioni indigene iniziarono una lunga e tormentata battaglia legale in cui la compagnia petrolifera ha cercato con ogni mezzo di sottrarsi alle sue responsabilità.

Ma l’enorme ricchezza e biodiversità degli ecosistemi distrutti da più di quarant’anni di attività criminali non potrà mai essere ripagata da nessun tipo di risarcimento economico. Questo perché i beni comuni, per loro intrinseca natura, sono componenti insostituibili per la vita del pianeta. Ed è proprio questa la ragione per cui, da paesi in cui il saccheggio delle risorse naturali è stato così drammatico, sono scaturite le risposte più significative a livello mondiale. Infatti è stata garantita la loro difesa a livello costituzionale.

A causa delle differenze storiche, sociali ed economiche tra lo scenario latinoamericano e quello europeo, è chiaro come non vi sia una totale corrispondenza tra i concetti di buen vivir, derecho de la naturaleza, tutela dei bienes colectivos da una parte e l’idea di beni comuni dall’altra. Tuttavia si può sottolineare l’esistenza di un nocciolo comune costituito da una visione olistica della vita e da una palese opposizione alle sempre più imperante logica del mercato.

Nel caso italiano, la lotta per i beni comuni ha assunto diverse forme: il referendum “Acqua Bene Comune” (2011), il “Teatro Valle Occupato” (2012), le lotte contro infrastrutture costose ed inutili, nonché le diverse occupazioni di edifici abbandonati.

Il referendum sull’acqua del 2011 ha portato all’abrogazione delle leggi che favorivano una privatizzazione delle risorse idriche. Nonostante l’esito referendario sia stato a più battute tradito, nel caso di Napoli abbiamo avuto l’avvio di una gestione virtuosa ed ecologica delle risorse idriche comunali tramite la trasformazione dell’Arin, un’impresa pubblica gestita però per mezzo di una Spa, in un’azienda speciale partecipata non avente scopo di lucro, Abc Napoli (Acqua Bene Comune Napoli). L’esempio partenopeo rappresenta un’eccellenza a livello europeo di come si debba e si possa gestire virtuosamente un bene comune, che è anche un diritto fondamentale, al di fuori delle logiche del mercato.

A rintrodurre nel dibattito politico il concetto di beni comuni è stata nel 2007 la celebre commissione Rodotà, incaricata di redigere uno schema di riforma della disciplina dei beni pubblici. Tale commissione ha formulato una nozione dei beni comuni all’avanguardia sulla scena internazionale. Infatti, la Commissione ha specificato che i beni comuni sono beni “che non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici, poiché sono a titolarità diffusa, potendo appartenere non solo a persone pubbliche, ma anche a privati”. Inoltre, la Commissione li ha definiti come “cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona, e sono informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità”. Purtroppo però, nonostante la rilettura in chiave costituzionalmente orientata delle norme relative ai beni pubblici, lo schema di riforma della commissione Rodotà è rimasto lettera morta.

Le battaglie politiche per la tutela dei beni comuni in Ecuador e Bolivia hanno avuto come risultato il loro riconoscimento al più alto livello giuridico, ovvero quella della carta costituzionale. Tali casi potrebbero fungere da stimolo per la difesa a livello costituzionale dei beni comuni, anche sulla scorta dell’innovativa formulazione data dalla Commissione Rodotà. Infatti, i lavori della Commissione Rodotà erano proprio andati in tale direzione dando una rilettura costituzionalmente orientata delle norme civilistiche relative ai beni pubblici.

I principi di solidarietà e di uguaglianza sostanziale (artt 2 e 3) e la tutela del paesaggio in senso ampio (art 9), insieme all’ampia gamma di diritti sociali ed al quasi trascurato principio di sussidiarietà orizzontale (art 118, IV comma), forniscono infatti gli strumenti giuridici adeguati ad un rafforzamento degli spazi del comune.

- CHI SONO GLI AUTORI - 

Antonio Manzoni, dopo la laurea in Giurisprudenza a Bologna, è volato a Londra, dove si trova tuttora, per un Master in Filosofia presso il King’s College. Di recente, ha iniziato ad interessarsi allo studio dei beni comuni, tematica su cui vorrebbe intraprendere un dottorato di ricerca.

Domenico Giannino, classe 1987, è dottore in diritto pubblico comparato presso l’Università della Calabria. Oltre ad insegnare diritto in diverse istituzioni accademiche londinesi, collabora attivamente con vari online blogs in Italia e nel Regno Unito, scrivendo di politica, globalizzazione e diritti umani.

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