Detenuti del carcere di Rebibbia, c’è chi ride

Corso volontari di yoga della risata, ‘mi sembra di non essere qui’

“Una risata vi seppellirà” recitava uno slogan politico del passato. Una risata è comunque sempre benefica. E lo è soprattutto in circostanze negative della vita, in situazioni senza possibilità di fuga, anche solo mentali. Come può appunto essere la condizione carceraria. Nell’istituto penitenziario romano di Rebibbia, un gruppo di detenuti si sta affidando alla risata per ‘evadere’. Lo fa con lo ‘yoga della risata’, una pratica ideata una ventina di anni fa dal medico indiano Madan Kataria che induce a ridere senza motivo, ricorrendo ad esercizi di rilassamento con un’attenzione al respiro.

Una dozzina di detenuti del G12 nel nuovo complesso del carcere, una volta la settimana, per due ore, si dedica a questa pratica guidata da due giovani volontarie del Vic (Volontari in carcere)- Caritas di Roma: Cinzia Perrotta, 24 anni romana, una laurea in scienza dell’educazione, e Eleonora Giannascoli, 27enne di Teramo, psicologa. A seguire questo percorso sono giovani e meno giovani, per lo più italiani, ci sono ergastolani ma anche detenuti la cui pena è in via di conclusione; il gruppo quindi si modifica, è dinamico condizionato dalle uscite e dalle entrate. “Il progetto – spiega Cinzia – è nato due anni fa. Una quarantina le persone che abbiamo incontrato in questo periodo.

Con molte, anche quelle poi uscite dal carcere, abbiamo mantenuto un rapporto di amicizia. Sappiamo di legami che continuano fra gli stessi detenuti”. “Il principio dello yoga della risata – sottolinea Eleonora – è ridere senza motivo, senza lo stimolo di alcuna comicità. Si ride attraverso esercizi di risate, in gruppo, guardandosi negli occhi e tornando un po’ bambini, cioè recuperando entusiasmo e gioco. Inoltre, si recupera l’attenzione alla respirazione, in quanto la risata non è altro che un’espirazione molto profonda e continuata”.

La risata contribuisce a produrre gli ormoni del benessere, tra cui le endorfine e la serotonina; gli ormoni dello stress, come il cortisolo, invece diminuiscono. “Sono processi fisiologici” affermano le due volontarie citando studi e ricerche che confermano questi meccanismi benefici. “Abbiamo riscontri continui dai detenuti che dopo una seduta di yoga della risata si sentono più leggeri, meno angosciati, le relazioni in cella tendono ad essere più serene. Qualcuno riesce anche a praticare da solo.

Si tratta – dice Cinzia – di un esercizio mentale e fisico che aiuta l’autostima, rallenta le tensioni e migliora l’umore, riescono a dormire meglio. Anche gli agenti ci riferiscono di espressioni facciali più distese dopo la pratica”. Insomma, una tecnica che può aiutare a gestire la tristezza, l’ansia, la paura, emozioni presenti alla potenza in una cella. “Questo tipo di yoga – precisa Eleonora – allena tanto la resilienza. Cercare di ridere, e la risata è contagiosa, rappresenta una sorta di provocazione: ribalta il criterio della pena come punizione”.

Per le sedute, sono sufficienti solo dei tappetini: ci si sdraia a terra, o si sta seduti oppure in piedi, ci si guarda negli occhi, si comincia a ridere, una risata autoindotta, piena di vita. “Alcuni detenuti affermano che hanno giocato più con noi in questi incontri che durante tutta la loro vita”.

Quest’anno il progetto, alla terza edizione, si è arricchito di altre attività; non solo yoga della risata ma anche laboratorio visivo, lettura, scrittura creativa, improvvisazione teatrale. “Sono due ore settimanali che i detenuti vivono come una fuga dalle mura del carcere in cui ritrovano emozioni positive e ripetibili”. Uno di loro ha scritto una lettera a Cinzia ed Eleonora: “quando sto con voi a fare yoga della risata mi sembra di non essere qui ma di essere su un'altra galassia, dove c'è gioia, amore, e tutto quello che serve a un essere umano, perciò abbiamo bisogno di voi e che continuiate”.

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