Quel pompiere su canotto, in strada tra le onde

Il ricordo di Gino Cacace oggi è un vigile del fuoco in pensione

"Ero su un canotto piccino picciò, avvolto dal buio, su un viale trasformato in un torrente pieno d'acqua alta che correva a più di 50 km all'ora, portandosi via di tutto: piante, mobili, macchine. Tutto ad un tratto alzai gli occhi: nell'oscurità rilucevano decine e decine di luci, come un firmamento piccole stelle tremolanti. Erano le candele accese dalle famiglie che vivevano ai piani più alti dei palazzi. Guardavano tutti me e il mio compagno di squadra, stretti e spauriti su quel gommone mignon, e ci dicevano, forza, ce la potete fare, siamo tutti con voi". Gino Cacace oggi è un vigile del fuoco in pensione. Ha 77 anni, 33 dei quali vissuti da pompiere.

Quella mattina del 4 novembre di cinquant'anni fa, quando l'Arno soffocò Firenze sotto un artiglio d'acqua, era in servizio: un elmetto di 25 anni, alle prime armi, "e anche piuttosto spaventato", racconta, non senza un sorriso. "Io e il mio collega eravamo tra i più giovani, fummo gli ultimi a essere inviati in missione. Le strade erano fiumi in piena; c'era bisogno ovunque, intorno a noi era il caos. L'acqua era alta più di tre metri. Ci avevano spediti in via del Ponte alle Mosse, appena fuori dal centro, dove erano stati segnalati dei colpi di fucile sparati in aria: 'c'è un un vecchio al primo piano di un palazzo che ha bisogno d'aiuto, andate a salvarlo', ci avevano detto". I due giovani erano terrorizzati: "Soli, su un canotto minuscolo, ci muovevamo aggrappati ai muri battuti dall'acqua impetuosa, piano piano, mezzo metro per volta. Stare nel mezzo della strada voleva dire finire spazzati via dalla corrente: mentre raggiungevamo il posto avevamo visto trascinare dalla piena un altro gommone, oggetti di ogni tipo e dimensione, perfino un'auto di lusso, rossa, sbattuta qua e là dalle onde".  Già faceva buio quando i due pompieri arrivarono sul posto.

"Le braccia ci dolevano per lo sforzo e la tensione - rievoca Gino - non si vedeva quasi più nulla, piovigginava, c'era un gran freddo, e un gran silenzio tutto intorno. Si sentiva solo il rumore mugghiante dell'acqua, che non si fermava mai. A quel punto pensavamo che non ce l'avremmo fatta; poi spuntarono tutte quelle luci amiche, e le voci della gente che ci incitava ad andare avanti, a fare il nostro lavoro. Allora, guardando quelle piccole stelle, sentimmo come per magia una gran forza tornare nelle braccia; il dolore sparì, ci guardammo negli occhi e proseguimmo con rinnovato vigore il nostro viaggio".

D'un tratto però la missione ebbe una svolta inattesa. "Una volta a destinazione, scoprimmo che il vecchio che dovevamo salvare non stava al primo piano ma all'ultimo, ed era un cacciatore mezzo matto che per paura si era messo a sparare. In sostanza, non correva alcun rischio", ricorda Cacace. "Lì per lì pensammo di aver rischiato la vita per nulla; ma non avemmo nemmeno il tempo di dircelo, che sentimmo gridare aiuto dall'altra parte di via di Ponte alle Mosse, dove, in questo caso sì al primo piano, vicino al livello dell'acqua, c'era un bambino solo e disperato. Dunque la missione aveva avuto comunque senso. Ci precipitammo a salvare il piccolo, e poi anche un ragazzo un po' più grande, che, come il bambino, era rimasto solo e intrappolato nella casa accanto. Non so come facemmo, in quattro, su quel trabiccolo dell'acqua, a tornare a casa sani e salvi. Ma alla fine, da pivelli che eravamo, portammo comunque tutti al sicuro, e oggi io sono ancora qui per ricordarlo e raccontarlo".
   

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