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L'inchiesta sul petrolio che ha costretto Guidi alle dimissioni, ecco di cosa si parla

Maxi-indagine a Potenza su inquinamento e corruzione

Una lunga e complessa inchiesta della Procura di Potenza accende i riflettori sulla gestione delle attività estrattive del petrolio lucano, al momento bloccate, e getta nella bufera la ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che si è dimessa: "dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato, se è d'accordo anche Maria Elena, quell'emendamento", dice in una telefonata intercettata con il compagno Gianluca Gemelli, indagato.

Sono due i fronti d'indagine: da un lato le emissioni in atmosfera e lo smaltimento dei rifiuti del Centro Olio di Viggiano (Potenza) - con "gravi reati ambientali causati dal management dell'Eni" - e dall'altro le opere per la realizzazione del Centro Olio "Tempa Rossa" della Total, nell'area di Corleto Perticara (Potenza) e gli episodi di corruzione che hanno coinvolto amministratori pubblici e imprenditori (uno di questi ultimi è, appunto, Gemelli, compagno della ministra Guidi, che non è indagata).

Dopo due anni di indagini di Carabinieri e Polizia - coordinati dai pm di Potenza, Francesco Basentini e Laura Triassi, e dalla pm della Dna, Elisabetta Pugliese - sei persone sono finite ai domiciliari: l'ex sindaco di Corleto Perticara, Rosaria Vicino (Pd), e cinque dipedenti dell'Eni: Vincenzo Lisandrelli, Roberta Angelini, Nicola Allegro, Luca Bagatti e Antonio Cirelli (tutti sospesi dalla compagnia). Due imprenditori sono stati sospesi dalla loro attività per sei mesi e un dirigente della Regione, Salvatore Lambiase, ha ricevuto il divieto di dimora, misura comminata anche all'ex vicesindaco di Corleto Perticara, Giambattista Genovese.

Nell'inchiesta in totale sono 60 gli indagati: tra questi Gianluca Gemelli, titolare di due società del settore petrolifero. Fra di loro hanno parlato anche di un "essenziale" emendamento alla legge di stabilità per la costruzione del centro oli della Total. Quello cui avrebbe fatto riferimento la ministra intercettata. Il gip ha anche disposto il sequestro preventivo di alcune vasche del Cova (Centro Olio Val d'Agri) e del pozzo di reiniezione "Costa Molina 2": è un provvedimento che ha avuto come conseguenza il blocco dell'attività produttiva in Val d'Agri, pari a 75 mila barili di petrolio al giorno. L'inchiesta ha innescato una bufera politica, culminata con le dimissioni della Guidi, ma il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha ricordato in conferenza stampa che le indagini sono iniziate nel 2013 e "le richieste di misura cautelare sono state presentate tra agosto e novembre del 2015.

Quindi - ha aggiunto - prima del referendum e in tempi non sospetti: non dobbiamo parlare di giustizia a orologeria". Riguardo al centro oli di Viggiano, gli investigatori sostengono che i dirigenti dell'Eni erano "consapevoli" del numero di sforamenti dei limiti imposti dalla legge per gli agenti inquinanti, ma agli enti pubblici preposti ai controlli ambientali venivano inviati "dati non corrispondenti al vero, parziali o diversi da quelli effettivi". Dalle conversazioni intercettate emerge un quadro fatto di omissioni e manomissioni tecniche, per non "allarmare" i "controllori", e quindi per evitare verifiche e rallentamenti della produzione. Con riferimento, invece, allo smaltimento dei rifiuti del centro, i manager della compagnia petrolifera avrebbero qualificato in maniera "arbitraria e illecita" i rifiuti pericolosi, utilizzando codici e procedure che li trasformavano in "non pericolosi", con un "trattamento non adeguato" che rendeva il tutto "notevolmente più economico". Risultava così "decisamente più conveniente per l'Eni utilizzare la procedura di reiniezione, per la quale veniva sfruttata una condotta che dal Cova portava i reflui fino al pozzo" Costa Molina 2 in cui "i liquidi venivano pompati a bassissima profondità" con una procedura "non ammessa per la presenza di sostanze pericolose", e con episodi di "alterazione dei campioni delle acque di reiniezione per l'abbattimento dei valori degli idrocarburi".

L'inchiesta coinvolge anche numerose aziende appaltatrici in diverse regioni, che avrebbero dovuto smaltire gli scarti "pericolosi" in impianti specifici, ma spesso risultati non idonei. Secondo i pm, i "risparmi" ottenuti solo grazie a questo meccanismo illecito vanno calcolati, annualmente, tra i 44 e i 110 milioni. "Per risparmiare denaro ci si riduce ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini", ha detto Roberti. Riguardo al "filone" di indagine relativo al nuovo centro oli della Total di "Tempa Rossa", a Corleto Perticara, gli accertamenti della Polizia - che hanno portato l'ex sindaco Vicino ai domiciliari - si sono concentrati su appalti e affidamenti dei lavori e sugli scambi di favori in particolare con riferimento alle assunzioni di personale, "condizionate" al rilascio delle autorizzazioni per i lavori, "con logiche di totale clientelismo".
   

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