Omicidio Macchi: primo caso in cui si ricorse Dna in Italia

E' stato il primo caso in Italia in cui si ricorse al test del Dna, l'omicidio di Lidia Macchi, la studentessa ventunenne uccisa a coltellate nel gennaio del 1987 nel varesotto. Un cold case di cui si parla di nuovo in questi giorni perche' a Milano sono state chiuse le indagini nei confronti di Giuseppe Piccolo, l'imbianchino autore del cosiddetto delitto delle mani mozzate, accusato di aver ucciso anche la ragazza dopo averla violentata. Allora l'esame veniva definito test per rilevare l'impronta genetica ('dna finger printing') e il materiale organico trovato sul corpo di Lidia venne mandato nel laboratorio inglese di Abingdon. Lo stesso laboratorio analizzo' anche il sangue delle persone coinvolte nell'indagine, come lo stesso Don Antonio Costabile, in quel periodo sacerdote della parrocchia San Vittore di Varese, frequentata da Lidia.

In quei giorni Monsignor Riccardo Pezzoni, prevosto della parrocchia, ribadendo la sua profonda convinzione sulla completa estraneita' del sacerdote alla vicenda, sottolineo' che Don Antonio si era sottoposto volontariamente al prelievo 'per potersi cosi' liberare da ogni sospetto'. Gli esami diedero esito negativo (pare che il materiale organico prelevato sul corpo di Lidia non fosse sufficiente per risultati piu' sicuri) e il delitto e' rimasto insoluto da 27 anni. Per l'Italia era comunque una novita', al punto che la trasmissione 'Giallo' condotta dal giornalista Enzo Tortora commissiono' un sondaggio alla Demoskopea, su un campione di 500 uomini in eta' compresa fra i 15 e i 60 anni, sulla disponibilita' a sottoporsi volontariamente ai test dna.

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