Fratello don Puglisi, eredità di tutti

"Spero in possibilità di scambiare qualche parola col Pontefice"

Redazione ANSA PALERMO

    (di Chiara Giarrusso)  "L'eredità di mio fratello è di chiunque voglia coglierla, non è destinata a qualcuno in particolare, né limitata solo a Palermo. E' stato ucciso perché la gente si rivolgeva a lui per bisogni materiali e spirituali e questo minava la 'autorità' del padrino mafioso sul territorio ed educando alla legalità sottraeva manovalanza alla mafia". Francesco Puglisi, fratello del beato Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, con un colpo di pistola alla nuca, davanti al portone della casa popolare in cui viveva, è in attesa d'incontrare Papa Francesco, che sarà nel capoluogo siciliano nel giorno del 25/mo anniversario dall'omicidio. Sabato 15 settembre il Pontefice farà tappa nei luoghi del delitto e nella casa-museo dove viveva il sacerdote. Ad attenderlo ci saranno i familiari e gli operatori del centro d'Accoglienza Padre Nostro, fondato Don Puglisi nel'91. "E' un orgoglio, una grande emozione, un piacere - dice il fratello minore di padre Puglisi -. Spero ci sia il tempo di scambiare qualche parola col Papa.
    Il programma è fitto. Ha tantissimi appuntamenti". Francesco Puglisi, 72 anni, ex bancario in pensione, è l'ultimo di quattro figli e quando ricorda l'azione pastorale del fratello parla "di una missione" e di scelta "per vocazione". E ammette di aver compreso che era 'speciale', solo dopo la morte. "Per i preti che lo sono per vocazione - spiega - sono certo che sarà sempre un riferimento e fonte di ispirazione, per chi fa il prete per mestiere, invece, una spina nel fianco". Quando ricorda il fratello parla di una persona 'gioviale e tranquilla', che amava leggere. "Nella casa museo, quando è stato ucciso - racconta - abbiamo trovato circa cinquemila libri. C'erano volumi di ogni genere ovunque. Una parte si trova ancora lì, altri sono stati donati alla Chiesa, altri ancora sono andati perduti". "Quando ci riunivamo - aggiunge - con mio fratello parlavano di noi, di politica, di attualità, di sport. Anche di religione ma solo se lo sollecitavamo". Delle attività svolte dal sacerdote invece in famiglia non si discuteva. "Non ci ha mai detto nulla delle minacce, un giorno poco prima che morisse è venuto a casa col labbro spaccato. Anche in quell'occasione non raccontò nulla", afferma il fratello. "Brancaccio è stato un ambiente ostile - aggiunge - dove ha incontrato ostacoli anche per acquistare la sede storica del Centro. Era un modo per dissuaderlo. Oggi nel quartiere c'è un cambiamento visibile, ma non è radicale. La mentalità è difficile da cambiare. Molto dipende dalla famiglia di provenienza e dall'educazione. Purtroppo in certi ambienti la mentalità si tramanda da padre in figlio: cambiare è difficile".
    Riferendosi all'eredità dal fratello a Brancaccio, dove il centro Padre Nostro opera da 25 anni, conclude: "I ragazzi del Centro si sono sostituiti allo Stato, sono riusciti a fare quello che le Istituzioni non hanno fatto per tanti anni, ora forse si sono svegliate". 

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