Winter Journey, dramma migranti diventa opera poetica

Applausi al Massimo a prima opera Einaudi e Toibin, regia di Andò

    (ANSA) - PALERMO, 5 OTT - L'Europa ha smarrito la pietà, gli italiani non ricordano più di essere figli di Enea? Ma quando si vive al cospetto della morte, immersi nella tempesta, quel che resta è l'essenza dell'uomo, la sua fragilità, e viene fuori con dolente chiarezza da "Winter Journey", in 'prima' mondiale al Teatro Massimo di Palermo, che coproduce lo spettacolo con il San Carlo di Napoli. Quando il sipario si alza sulla melodia che si ripete, mentre gli archi fanno da basso continuo, le onde alte, minacciose, investono il pubblico, dallo schermo gigante si viene travolti dall'angoscia, dagli ultimi istanti di vita di chi è caduto in mare che poi si tinge di rosso sangue. E quando ci si appende a un pezzo di legno per restare in vita ecco che la musica incalza, diventa ripetitiva, come i pensieri sott'acqua. Ma in "Winter Journey" non c'è la cronaca, non si tratta di attualità, ma di una preghiera ossessiva che nasce dalle cellule armoniche che si inseguono, frutto della commozione di Ludovico Einaudi, e del testo lieve e poetico di Colm Toibin, lo scrittore irlandese che conosce bene il rischio della morte e la miseria e la pietà. Lo spettacolo è essenziale ed elegante, sobrio e coraggioso, grazie alla perizia di un regista che dà il meglio di sé, Roberto Andò, che si avvale di ottimi collaboratori come Luca Scarzella per il video, Daniela Cernigliaro per i costumi, le scene di Gianni Carluccio e la difficilissima amplificazione del suono di Hubert Westkemper. "Winter journey" è un viaggio d'inverno, la storia di un migrante che ha lasciato la famiglia in Africa, la moglie in territorio di guerra e il bambino nascosto da parenti.
    Ma l'inverno, la neve che cade lenta sul proscenio, è la giusta metafora della neve che è caduta nel cuore degli uomini, quelli che governano e hanno la massima attenzione per il denaro, lo spread, le borse. Una sola nota di cronaca: il politico che arringa le folle, fa i selfie, indossa una cravatta verde. Più chiaro di così. Ma il riferimento fin troppo evidente al leader che arringa le folle e invoca porti chiusi e strade libere dagli stranieri è forse la parte meno pregnante di uno spettacolo che affronta il dramma dei migranti con accenti toccanti e poetici. E' la prima opera per Einaudi e per Toibin, ed è stata un successo, con oltre 10 minuti di applausi e pubblico in piedi.
    Ma nel finale il regista dà un colpo di coda, sullo schermo passano a velocità, ma riconoscibili, quelli che hanno costruito la cultura occidentale, da Erasmo a Hegel, da Socrate a Shakespeare, da Einstein ai vagoni carichi dei nostri migranti, quelli che hanno fatto grande gli States. Quel che rischia di scomparire per sempre è la memoria di ciò che l'Europa è stata.
    I cantanti non sono tenori o soprani, ma un senegalese, Badara Seck, e una cantante del Mali, Rokia Traoré, che parlano e cantano nella loro lingua nazionale, bellissime voci. Mouhamadou Sazll è il bambino, Elle van Knoll, voce recitante, è molto intensa, il politico senza alcuna profondità è Jonathan Moore. E su tutto aleggia l'eredità di "Winterreise" di Franz Schubert, da cui deriva il titolo. Repliche fino all'otto ottobre per uno spettacolo che merita di essere visto.
   

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