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Il terremoto del Friuli ha scosso anche la sismologia

Ingv, da allora è nata una rete sismica capillare

06 maggio, 18:18
Mappa dei terremoti che hanno scosso il Friuli nel maggio 1976 (fonte: INGV) Mappa dei terremoti che hanno scosso il Friuli nel maggio 1976 (fonte: INGV)

Una forte scossa di terremoto a 500 chilometri a Nord: il 6 maggio 1986 per i sismologi dell'allora Istituto Nazionale di Geofisica era questa l'informazione più dettagliata che era possibile dare al ministero dell'Interno. Non c'era la rete capillare di stazioni di rilevamento attuale, con i dati che confluiscono nella sala sismica di quello che oggi è l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

"Da allora la situazione e le conoscenze sono profondamente cambiate: senza dubbio il terremoto in Friuli è stato un modello sia in termini di gestione dell'emergenza, sia nella ricostruzione post-sisma", ha osservato il direttore della Struttura Terremoti dell'Ingv, Claudio Chiarabba.

Per avere un'idea della situazione degli anni '70, basti pensate che non era avvenuto un sostanziale miglioramento nelle comunicazioni rispetto ai primi anni del '900, a differenza naturalmente del telefono. "Gli osservatori sismici si contavano sulla punta delle dita ed erano gestiti da realtà locali e non coordinate", ha detto ancora Chiarabba. Per questo, quando alle 21,00 del 6 maggio 1976 una terremoto di magnitudo 6,4 ha scosso il Friuli, dalla sede di Monteporzio dell'Istituto Nazionale di Geofisica non c'erano mezzi che permettessero di localizzare esattamente la zona colpita e l'indicazione migliore possibile era soltanto: 500 chilometri a Nord di Roma. Quattro anni più tardi, quando tremò l'Irpinia, la situazione era ancora molto lontana da quella attuale e localizzare l'epicentro di un terremoto richiedeva ancora un tempo molto lungo, che finiva per riflettersi sull'organizzazione dei soccorsi.

"Oggi - ha rilevato Chiarabba - la localizzazione automatica di un terremoto avviene in pochi decine di secondi, entro un minuto vengono elaborate le prime stime e in meno di due minuti dalla scossa le coordinate dell'epicentro vengono comunicate dall'Ingv alla Protezione civile". Questo è possibile grazie alla rete di stazioni sismiche e Gps presenti in tutta Italia, che permettono di seguire costantemente le zone di deformazione dove le faglie stanno accumulando energia e di calcolare la pericolosità sismica.

Tutti questi dati hanno permesso di fare passi in avanti notevoli nello studio dei meccanismi che scatenano i terremoti. "Negli anni '70 - ha osservato - si era ancora all'alba degli studi sulla conoscenza del territorio nazionale". Se allora del Friuli si conoscevano solo poche informazioni di carattere molto generale, oggi si sa che la placca adriatica spinge contro quella eurasiatica al ritmo di 2 millimetri l'anno, che questo fenomeno di compressione corre lungo il piede della fascia subalpina e che la parte superficiale della faglia continua ad accumulare energia.

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