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Dalle petunie blu il 'centro antiveleni' delle piante

Utile anche per modificare frutta e vini

02 gennaio, 19:21
Scoperto il meccanismo che permette di controllare il colore dei fiori (fonte: Francesca Quattrocchio et al., Cell Reports) Scoperto il meccanismo che permette di controllare il colore dei fiori (fonte: Francesca Quattrocchio et al., Cell Reports)

Si nasconde nei petali di una petunia di un blu rarissimo il meccanismo che permette di controllare il colore dei fiori, di modificare il sapore della frutta, rendendo ad esempio i limoni più dolci o i vini più ricchi di antiossidanti, ma anche di aiutare le piante a sopravvivere nei terreni impossibili da coltivare perché ricchi di sale o contaminati da metalli pesanti.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Cell Reports, si deve al gruppo olandese del Dipartimento di Biologia molecolare e cellulare dell'università Vrije di Amsterdam, coordinato dall'italiana Francesca Quattrocchio e da Ronald Koes. Sono italiani anche tanti altri autori della ricerca, come Marianna Faraco e Gian-Pietro Di Sansebastiano, entrambi dell'università del Salento a Lecce, Luca Espen e Bhakti Prinsi, dell'università di Milano.
''Il risultato che abbiamo ottenuto segna un'evoluzione di quello che avevamo ottenuto nel 2008'', osserva Quattrocchio riferendosi all'isolamento e alla clonazione della proteina che colora i fiori.

Quando la pompa cellulare non funziona, come in alcune petunie, il livello di acidità è scarso e i petali dei fiori diventano blu anziché rossi o violetti, proprio come accade in una cartina di tornasole. ''Studiando la differenza tra i fiori blu o rossi delle petunie - spiega la ricercatrice - abbiamo scoperto un nuovo 'mezzo di trasporto' capace di rendere fortemente acido l'ambiente all'interno dei vacuoli''.

Le sostanze che colorano i fiori si trovano nei petali, in compartimenti chiamati vacuoli. Ma per colorare i fiori nel modo voluto non basta la semplice presenza della sostanza: bisogna controllare il livello di acidità nei vacuoli e questo è possibile grazie a delle pompe molecolari: la prima, chiamata PH5, è quella scoperta nel 2008 dal gruppo di Quattrocchio.

''Adesso abbiamo scoperto che esiste una seconda pompa, chiamata PH1. Si pensava che questa esistesse solo nei batteri, nei quali trasporta il magnesio, e nessuno ne sospettava la presenza anche negli organismi superiori'', osserva. ''Combinata con la prima, la seconda pompa ne aumenta notevolmente l'efficienza'', aggiunge. Grazie all'azione combinata delle due pompe per la pianta diventa possibile catturare dal suolo molecole 'velenose', come quelli di metalli pesanti o sodio, o molecole 'utili' come i flavonoidi.
Queste sostanze potrebbero essere segregate all'interno dei vacuoli e in questo modo neutralizzate. Sostanze utili alle piante potrebbero invece diventare 'scorte di magazzino' per ottenere, ad esempio, frutti con un grado minore di acidità, come limoni dolci molto graditi negli Stati Uniti, o uve nere ricche di sostanze antiossidanti.

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