Nella patria del Cannonau vince il bio

Francesco Sedilesu, ecco perchè scommetto solo sulla natura

di Maria Grazia Marilotti

E' stata una cattiva annata a Mamoiada. Pochi grappoli sui ceppi ma anche pochi trattamenti. E solo quelli permessi dai rigorosi disciplinari bio. "Uno scarso raccolto in annate come queste è comunque un guadagno in direzione del rispetto ambientale, della nostra salute e della salute del consumatore. Frutto di una agricoltura realmente sostenibile".

Difende la scelta 'integralista' dell'organico in vigna Francesco Sedilesu, presidente di Mamojà, associazione che riunisce la maggior parte di viticoltori di un territorio eletto per il Cannonau. Nel paese montano al centro della Barbagia piogge abbondanti e muffe hanno eroso i grappoli. Un disastro, con punte del 90 per cento di calo della produzione. "Tra i vitigni più penalizzati dal maltempo c'è il Cannonau, il più sensibile alla peronospora, la malattia della vite", spiega Gianni Lovicu, responsabile viticoltura dell'Agris. E chi ricorre alle tecniche di coltivazione biologiche è ancora più esposto.

"Si produrrà pochissimo vino, speriamo buono - auspica Sedilesu - in compenso torrenti e fonti, dopo tanta siccità, sono resuscitati a nuova vita e la prossima annata promette già bene. 'S'annada mala che olada i mesu de sas vonas', ovvero l 'annata cattiva passa in mezzo a quelle buone: lo dicono i nostri anziani. Perché non accettare il ritmo discontinuo della natura e risparmiare al vigneto esasperati trattamenti?". Non si perde d'animo e guarda avanti il titolare dell'azienda nota per il Mamuthone, vino di nicchia per consumatori raffinati.

"In questo territorio si pratica un'agricoltura a tratti arcaica, sicuramente sostenibile - racconta il viticoltore - senza l'utilizzo di fitofarmaci di sintesi chimica ma solo minerali, senza lieviti o batteri selezionati, per produrre e far conoscere al mondo un vino che mantenga intatte le sue peculiarità territoriali, senza perdere contatto anzi vivendo pienamente in sintonia con la nostra terra, cultura, tradizioni, socialità". Trecentocinquanta ettari di superficie vitata, 200 cantine familiari che fanno il vino per il proprio consumo, dal 2000 a Mamoiada sono 20 le aziende che imbottigliano di cui 15 negli ultimi tre, grazie all'attività di Mamojà.

"Noi viticoltori a Mamoiada siamo fortunati - confessa Sedilesu - non abbiamo subito l'industrializzazione dell'agricoltura e cerchiamo, vedendone i vantaggi, di non perdere questo beneficio acquisito". Un credo e una visione dell'agricoltura sostenibile, che paga in termini di riuscita del prodotto e richieste da parte del mercato. "A viverla bene non è cosi terribile la cattiva annata - chiosa il presidente di Mamojà - se a dispetto di numeri, grafici, livelli di fatturato o di presenze turistiche da raggiungere a tutti i costi, si rispetta la terra che ci è stata data gratis, in consegna".

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