Alcoa: inizia dismissione Portovesme

Bear, nessun acquirente dopo 4 anni. Ora nuovi business

di Roberto Murgia

Alla fine è successo. Alcoa ha fatto sapere che non produrrà mai più alluminio nell'impianto sardo di Portovesme, nel Sulcis. Un annuncio "inatteso e inopportuno", precisa il ministero dello Sviluppo economico, che già da tempo aveva convocato un incontro con la multinazionale Usa per la prima settimana di settembre "per fare il punto della situazione".

Non è chiaro se sulla vicenda sia calato completamente il sipario: il segretario di Fim Cisl, Marco Bentivogli, ha già invitato il Governo a chiedere ad Alcoa "una rettifica della posizione" assunta, mentre il deputato di Unidos, Mauro Pili, per salvare lo smelter ha invocato "un decreto Sulcis alla pari di quello dell'Ilva". Ma le dichiarazioni ufficiali del vice president Transformation di Alcoa, Rob Bear, non lasciano spazio ad alcuna manovra. "La fase di bonifica del suolo che ha avuto inizio a marzo 2016 sarà affiancata da un processo di dismissione graduale che avrà inizio entro la fine del 2016", è il passaggio che rimbomba più forte. E poi le motivazioni: in quattro anni non si è riusciti a trovare un acquirente idoneo per lo stabilimento.

I sindacati e il territorio sono pronti per riprendere la "lotta dura". Quattro anni di delusioni e speranze, di trattative serrate che più di una volta son sembrate prossime a una soluzione. Quattro anni duri soprattutto per i lavoratori dell'Alcoa - 420 diretti e 350 degli appalti (in questo momento 80 non hanno l'ammortizzatore sociale) - così unici nel manifestare il disagio anche attraverso proteste clamorose. L'ultimo a marzo, con i tre segretari territoriali di Fim, Fiom e Uilm, Rino Barca, Roberto Forresu e Daniela Piras, per giorni a 60 metri d'altezza su un silo dello stabilimento. Ma in passato gli operai hanno bloccato navi, l'aeroporto di Cagliari Elmas, e a Roma sono stati protagonisti di scontri con le forze dell'ordine. Sempre per sollecitare il rispetto degli impegni assunti per far ripartire gli impianti. Impegni presi fin dal 2012, quando la multinazionale dell'alluminio dichiarò di voler fermare la produzione. A marzo di quell'anno sindacati e governo firmano un accordo in vista di una soluzione, ma tra settembre e novembre dello stesso anno la fermata diventa una realtà. All'origine della decisione di Alcoa c'è la multa da 300 milioni di euro inflitta nel 2011 dalla Commissione europea che dichiara le tariffe preferenziali riconosciute alla multinazionale quali aiuti di Stato illegittimi. Dall'1 gennaio 2013 tutti gli operai finiscono in Cig e due anni dopo in mobilità.

Intanto, con il coinvolgimento di Governo e Regione, proseguono le trattative con società interessate ad acquisire lo smelter. La più seria - ma in corso ci sono state quelle con Aurelius e Fondo Clash - sembra quella avviata con la svizzera Glencore. Che nel 2012 stende un memorandum: chiede energia a 25 euro a megawattora per dieci anni in regime di superinterrompibilità. Viene accontentata. Ma le richieste non finiscono. E oggi Alcoa ha detto basta.

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