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Determinante studio su New England journal of medicine

06 febbraio, 16:20

VARSAVIA - Uno studio "determinante" che potrebbe aprire una "nuova fase nell'approccio alle terapie farmacologiche per i pazienti emofilici". Così il segretario generale della Federazione delle associazioni emofilici (Fedemo), Romano Arcieri, commenta lo studio da poco pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine, che ipotizza una differente probabilità di sviluppare inibitori tra diversi tipi di prodotti utilizzati per la cura dei pazienti emofilici, come peraltro segnalato anche dalla World Federation of Hemophilia. Obiettivo dello studio, spiega Arcieri, "era proprio calcolare la probabilità della comparsa di anticorpi, che vanificano le terapie, in pazienti trattati con i farmaci disponibili, ovvero plasmaderivati o di origine sintetica, i cosiddetti 'ricombinanti'". E' stato dunque osservato, rileva, che "entrambe le categorie portavano al 30-32% di possibilità di sviluppare anticorpi, con una leggera minore probabilità nel gruppo dei plasmaderivati, senza peraltro una differenza statistica significativa tra i due gruppi". Lo studio ha però evidenziato anche un altro risultato fondamentale: "Si è osservato che le diverse classi di farmaci ricombinanti sono associate ad una diversa probabilità di insorgenza di anticorpi. E' emerso infatti che i farmaci ricombinanti di seconda generazione a molecola integra danno una maggiore probabilità di sviluppare anticorpi rispetto a quelli di terza generazione". Cosa significa questo? Il punto, spiega Arcieri, é che "molti decisori delle politiche sanitarie, anche per motivi di ordine economico, tendono ad equiparare tutti i farmaci disponibili per il trattamento dell'emofilia. Questo studio invece, anche se i risultati vanno ulteriormente convalidati, dimostra che i farmaci oggi disponibili differiscono tra loro e possono dunque portare ad un diverso grado di rischio". Il nuovo studio dunque, chiarisce l'esperto, "permette di valutare in modo diverso i farmaci e le opzioni terapeutiche oggi possibili e potrebbe aprire una nuova fase nell'approccio alle terapie per i singoli pazienti".

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