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Monica, la gioia di un bambino dopo l'osteosarcoma

Ho avuto anche altri tumori, mi reputo fortunata e faccio volontariato

16 settembre, 17:37
Monica, la gioia di un bambino dopo l'osteosarcoma Monica, la gioia di un bambino dopo l'osteosarcoma

Avevo 28 anni, un lavoro come responsabile in un'agenzia di grafica pubblicitaria, frutto di una gavetta lunga anni, un mutuo per una piccola casa al terzo piano senza ascensore e il sogno di un matrimonio che si stava concretizzando, quando nel 1992 ho scoperto di avere un tumore, un osteosarcoma. Stavamo preparando tutto, la cerimonia era fissata per il 6 giugno, ma l’abbiamo dovuta rimandare. Due giorni dopo quella data mi hanno tolto la gamba destra. 

Tutto era iniziato in realtà un anno prima, nell'estate del 1991, con un dolore alla gamba, che per un po' di tempo ho trascurato, anche perché non mi impediva di camminare. Tanti ortopedici che poi ho consultato, non hanno individuato quale fosse la causa. C'era chi parlava del nervo sciatico, chi di reumatismi, finché il Dott. Conca dell'Ospedale San Giovanni di Roma, città nella quale vivo, mi ha fatto fare una Tac. Colui che me l'ha fatta, lì per lì, scioccato, mi ha detto subito di tornare a casa, mettermi a letto e rimanerci. Per me era difficile, anche perché al lavoro ero la responsabile. Che fosse un tumore l'ho capito dagli atteggiamenti di mio fratello e mia sorella, poi il medico ha detto che non era operabile, che era un tumore rarissimo e che anche l'area in cui era localizzato era molto rara: dalla fine della colonna vertebrale inarcava a destra verso il bacino. C'era solo uno specialista che se ne era occupato, il professor Campanacci al Rizzoli di Bologna, dal quale siamo andati partendo nel cuore della notte. Al mattino eravamo lì, abbiamo fatto una sorta di 'irruzione' nel suo studio che lo ha dapprima infastidito, anche perché non sapeva chi fossimo, poi mio fratello gli ha detto: "Andiamo subito via, le lasciamo la Tac di mia sorella sulla scrivania, se può e vuole dargli un'occhiata".

Poco dopo è uscito e ricordo ancora i suoi capelli grigi, gli occhi azzurri e quella mano che mi ha messo sulla spalla dicendomi: "Stia tranquilla, entri nel mio studio che il mio collega vi spiegherà cosa dovete fare” e andò via. Il suo collega era il dottor Piero Picci, oncologo e suo braccio destro, che mi ha accolto con un sorriso dolcissimo. Con tono di voce rassicurante mi ha spiegato quali erano le altre indagini diagnostiche da fare. Il suo volto, il suo modo di parlare, mi hanno fatto avere subito una grande fiducia in lui, per tutto il mio lungo percorso, anche quando è entrato nella stanza per dirmi il risultato della biopsia e che dovevo fare la chemio a Ravenna. Poi ricordo che le prime persone che ho incrociato nei corridoi a Bologna, il giorno del ricovero, sono stati dei bambini in sedia a rotelle, che avevano delle malformazioni fisiche mai viste in vita mia. Mi sono detta: “In qualsiasi modo andrà a finire la mia storia, sono stata fortunata! Fino a 28 anni ho avuto una vita normale: ho corso, ho ballato, ho fatto sport, sono andata a scuola, ho lavorato, mi sono divertita con gli amici! Loro invece non potranno mai fare tutto questo!”.

Ho fatto tre cicli di chemio prima dell'intervento e mi reputo fortunata: la chemio per le ossa e' fortissima, ma bisognava ridurre la massa tumorale per renderla operabile e ci siamo riusciti.
Qualche giorno prima dell’intervento i medici hanno spiegato a me e alla mia famiglia i rischi ai quali andavo incontro; potevo rimanere con il catetere a vita, paralizzata e, nella peggiore delle ipotesi, potevo morire. Dovevano togliermi la metà del bacino che era stata totalmente presa dal tumore, compresa la parte finale della colonna vertebrale, di conseguenza dovevano amputare la gamba. C’era una meravigliosa assistente sociale, Anna Antenucci, che mi ha fatto vedere le foto di persone che portavano la protesi e avevano una buona qualità di vita. Dopo qualche istante, in cui la mia mente era invasa da pensieri negativi e nello stomaco c’era il vuoto totale, ho cercato a tutti i costi un pensiero positivo e chiesi: “Se andrà tutto bene, potrò lo stesso avere figli?” - e loro mi hanno detto: “Certo!”. L'intervento e' durato 14 ore e dopo c'è stata la terapia intensiva.

Poi altri sei cicli di chemio e infine, a dicembre del 1992, la protesi. All'inizio la trovavo di impaccio, è come ricominciare a imparare a camminare, ora ogni anno vado meglio, faccio più cose che 24 anni fa. Ogni due mesi facevo i controlli e la tac a Bologna, ma nel frattempo ero immersa nei preparativi del matrimonio, che è stato il 5 giugno 1993. Abbiamo scelto una piccola chiesetta abbandonata, a Collegrato, nel comune di Valle Castellana, in provincia di Teramo. Mio marito ha raccolto un mazzo di fiori che è diventato il mio bouquet. Nel 2002 purtroppo è stata la volta di un bozzo al seno sinistro, di 5-6 centimetri, che si è rivelato essere un tumore, per il quale mi è stato detto che bastava la mastectomia, cioè l'asportazione del seno, senza fare la chemioterapia. Poi è stata la volta di quello destro, sempre solo con la mastectomia. Nel 2004, il 6 agosto, a Bologna é nato finalmente Emiliano, chiamato così da mio marito, perché questa terra a me e a mio figlio aveva salvato a vita. Era un angioletto, mangiava e dormiva, e anche oggi che ha 12 anni lo è. In gravidanza, purtroppo, mi si è sviluppato un tumore alla ghiandola sebacea dell'occhio sinistro, hanno tolto un pezzo di palpebra e ricucito bene, non si vede per fortuna nulla. Infine, nel 2008 ho fatto un'intervento alla tiroide per alcuni noduli e nel 2010, dopo alcun fibromi che mi perseguitavano da tempo, ho tolto l'utero all'Istituto nazionale tumori Regina Elena a Roma.

Da un po' di anni, proprio in quell'ospedale, vado come volontaria nel reparto di ortopedia oncologica, diretto dal Prof. Roberto Biagini, (proveniente dagli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna, fedele allievo del Prof. Campanacci), per aiutare chi ha avuto un tumore dell'apparato muscolo-scheletrico, in veste di presidente dell'Associazione Rukije Un Raggio di Sole, una associazione composta da pazienti e ex pazienti dell'ortopedia oncologica. Il messaggio che portiamo è un messaggio di amore per la vita, perchè crediamo fermamente che la vita in qualsiasi condizione, valga sempre la pena di essere vissuta, e che qualsiasi battaglia, anche la più dura, debba essere sempre combattuta con tutte le nostre forze.

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