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Protesi con stampanti 3D per bambini amputati in guerra

Braccio artificiale per ragazzo vittima bomba nel Sud Sudan

08 gennaio, 20:51

C'è chi pensa alle stampanti 3D come un metodo per realizzare pistole e fucili pronti all'uso e chi invece le utilizza con l'obiettivo opposto, ridare una speranza a chi ha perso le braccia proprio a causa delle armi. E' il caso del 'Project Daniel', realizzato da Mick Ebeling, cofondatore del centro ricerche Not Impossible Labs, che ha realizzato un braccio artificiale da 100 dollari che aiuterà le vittime della guerra in Sud Sudan.

La storia della protesi low cost inizia con un articolo pubblicato dal Time su un ragazzo di 14 anni che in Sud Sudan ha perso entrambe le braccia nel 2012 nell'esplosione di una bomba delle truppe governative, uno degli oltre 50mila amputati creati dalla guerra tutt'ora in corso. Tra i lettori c'era anche Ebeling, il cui centro ricerche ha inventato nel 2010 gli occhiali che seguono il movimento dell'occhio permettendo alle persone paraplegiche di 'parlare' attraverso le lettere di uno schermo del computer. Da qui la decisione di lavorare ad una protesi low cost che potesse essere costruita con una stampante 3D normalmente disponibile in commercio. Una volta realizzato il progetto della protesi e il relativo programma per 'insegnare' alla stampante come produrla l'esperto è partito per il campo profughi di Yida, in Sud Sudan, per mettere in pratica il progetto con l'aiuto di Tom Catena, un medico statunitense che lavora nell'area e che aveva curato Daniel, che lo scorso novembre ha ricevuto la prima protesi realizzata e ha potuto mangiare da solo per la prima volta dopo due anni. Il progetto è totalmente open source, ha spiegato Ebeling, ed è disponibile per chiunque voglia lanciare progetti simili nel resto del mondo. ''Speriamo che anche altri bambini e adulti in altre regioni dell'Africa e di altri continenti - ha affermato - possano sfruttare il potere di questa nuova tecnologia''.

Al progetto ha partecipato un vero e proprio 'dream team' di ricercatori, compreso l'inventore sudafricano della Robohand, un neuroscienziato del Mit e il possessore di una compagnia che realizza stampanti 3D in California, ed è stato supportato da Intel. Ora Ebeling è tornato negli Usa, ma nel campo profughi la stampante lavora a pieno regime 'sfornando' circa una protesi alla settimana. ''Crediamo che il progetto Daniel possa dare il via a una campagna globale - ribadisce l'esperto - attraverso cui ogni persona bisognosa nel mondo possa usare la tecnologia per il suo scopo migliore, ripristinare l'umanità''. (ANSA).

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