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» 2008-03-20 16:53
CALABRIA: L'AFFRUNTATA E LE TRADIZIONI DI CINQUEFRONDI
di Francesco Gerace

E’ qualcosa di più di una semplice processione religiosa, e qualcosa di diverso di una rappresentazione solo teatrale, la chiamano Affruntata e si svolge il giorno di Pasqua a Cinquefrondi, piccolo centro di quasi ottomila anime, sulle prime pendici dell’Aspromonte, 80 km da Reggio Calabria. Qui la comunità si ritrova per festeggiare la Resurrezione; lungo la via principale del paese, le statue di san Giovanni, della Madonna e del Risorto vengono portate a spalla da robusti giovanotti. La storia è quella di san Giovanni che cerca Maria per dirle che suo Figlio è risuscitato, e dell'incontro fra i due, favorito dall'apostolo preferito di Gesù.

L’incontro (Affruntata vuol dire appunto incontro) avviene al termine di una lunga serie di andirivieni per il paese (chiamate ‘mbasciate). San Giovanni, una vecchia e pesante statua, di modesta fattura artistica ma di solida tenuta, viene portato a spalla da decenni sempre dai componenti della famiglia Gallo. E’ una tradizione lontanissima, sempre rinverdita. E i vecchi del clan lasciano spazio ai giovani, in un gioco di avvicendamenti generazionali che coinvolge anche le donne. San Giovanni va in giro per il paese. All'inizio la statua viene portata a passo normale. Pian piano l’andatura accelera, infine quando l’Affruntata entra nel vivo, i portatori corrono in mezzo alla folla, ondeggiando pericolosamente e paurosamente sotto il peso del santo. E facendo una fatica mostruosa. Mentre san Giovanni va in cerca di Maria, ecco che la Madonna giunge in vista della folla.

E’ una Madonna singolare, con un viso dolce come si conviene con la Madre di Dio, ma con lunghi e foltissimi capelli biondi (che qui non sono esattamente di casa), avvolta nel nero del lutto. Maria non sa ancora della risurrezione. Dall’altro capo della strada appare Gesù, portato a spalla da 8 uomini per volta che si alternano continuamente con altri portatori. E’ una statua alta, Cristo è con la mano benedicente, accenna un sorriso. Le statue di Maria e del Cristo avanzano l’una verso l’altra, in mezzo san Giovanni, che continua a correre avanti e indietro (nel tentativo di farli incontrare), fin quasi a roteare su sé stesso quando non c’è più spazio. A quel punto l’incontro avviene, l’Affruntata si realizza. Scoppia un battimani generale, dalle spalle di Maria cade il segno del lutto, e la Madonna piccola e biondissima, vestita di rosa con un mantello azzurro, fende la folla in tripudio. Volano le colombe della pace.

La banda intona le note trionfali del Mosè di Rossini. Il parroco dà la benedizione, e poi tutti in processione ad accompagnare le statue nelle rispettive chiese. Prima Gesù, alla Matrice. Poi le altre due al Carmine. L’Affruntata è una festa che porta allegria e colore. Vi partecipa sempre una gran folla, attirata anche dai paesi vicini. E’ una festa che nel tempo ha oltrepassato la sua dimensione strettamente religiosa, ed è divenuta un simbolo dell’identità locale. Qui a Cinquefrondi l’Affruntata si è sempre tenuta (a memoria d’uomo) anche se nessuno sa indicare con certezza quando effettivamente sia stata introdotta dalla Chiesa. Non è stata interrotta in tempo di guerra, con le carestie, con il terremoto e nemmeno con il maltempo. Ogni anno è rinnovata, sempre uguale a sé stessa eppure sempre attesa con trepidazione e vissuta con gusto dai cittadini. Quando san Giovanni comincia le ‘mbasciate su e giù per il Corso (ne deve compiere dodici) la gente le conta, qualcuno si sbaglia, nascono discussioni. Poi si guarda l’orologio per capire quanto manca alla fine della Messa e all’arrivo in scena del Cristo. Si contano i minuti, forse c'è un ritardo, ma come mai, cos’è successo, magari l’omelia è stata lunga. E poi sulla Madonna: è uscita dalla Chiesa prima del solito, no è al momento giusto, ma doveva apparire prima, no dopo. E’ un inseguirsi di voci e commenti e attese, sempre uguali e ripetuti tutti gli anni, come fosse la prima volta di un’Affruntata dopo decenni, invece è l’attesa di un evento che si rinnova, sempre uguale e perciò suggestivo e amato.

Se l’Affruntata è il culmine della settimana santa cinquefrondese, nei giorni che precedono la domenica il paese è in pieno fervore quanto a eventi pubblici. C’è molta fede e religiosità, ma anche molta tradizione. Il giovedì santo si preparano i sepolcri nelle chiese e davanti al calvario: le famiglie preparano dei piatti con i germogli di legumi fatti maturare al buio per molte settimane. Sembrano tanti fili gialli ritti, che stanno in piedi da soli. Sono i ‘fiori’ pieni di luce propria, che adornano i sepolcri, e la loro cura è straordinaria come la loro bellezza. Il venerdi’ mattina c'è la processione dei misteri. E’ la riproposizione della via di Gesù verso il calvario, accompagnato dalla folla. Cinque gruppi di statue attraversano il paese, tre di questi sono portati a spalla dai bambini, che fanno a gara e talvolta a botte per accaparrarsi uno spazio, con discussioni e litigi infiniti, incuranti delle minacce del parroco di spedire tutti a casa. Ogni anno è così, e i vecchi di oggi ricordano che anche ai loro tempi era così. Una processione dei misteri senza il vociare dei ragazzini che si disputano le statue sarebbe addirittura irrituale. Al calvario il sacerdote tiene una predica dedicata chiaramente al tema della crocifissione, spesso ascoltata distrattamente da una parte della folla. Pero’ quando il celebrante rievoca il momento della morte di Gesù, la folla improvvisamente ammutolisce.

Comincia la deposizione. Le donne, le mamme soprattutto, si avvicinano alla statua dell’Addolorata, quasi a manifestare fisicamente la propria solidarietà a Maria. Chi partecipa per la prima volta a questo rito e assiste all’improvviso silenzio della folla che era rumorosa fino a un attimo prima, potrebbe pensare alla scena di un film in cui tutto è studiato. Invece è un fenomeno spontaneo e anche questo si ripete ogni anno, sempre uguale a sé stesso. Senza regia, senza copione. Venerdì santo al pomeriggio c’è il rito dell’Agonia, che non è una Messa e nemmeno un insieme di preghiere. E’ semplicemente il ricordo collettivo, dentro la chiesa del Carmine, delle ultime ore che hanno preceduto la morte di Gesù. Il sacerdote commenta le parole del Vangelo e il coro intona canti originali, per la maggior parte scritti e musicati da artisti locali. Sull’altare ci sono sette candele accese davanti a tre grandi crocifissi. Ne viene spenta una dopo ogni lettura. Il predicatore accende gli animi. Quando anche l’ultima candela è stata spenta, Cristo è spirato. I fedeli si inginocchiano, molti non trattengono le lacrime, e due novelli Nicodemo e Giuseppe di Arimatea provvedono alla deposizione della grande statua del Cristo che viene posta su un grande lenzuolo bianco davanti all’altare. Comincia una lunga interminabile fila di persone che si avvicina per baciare le ferite del Cristo, fedeli e curiosi e turisti, anziani e bambini, giovani e donne. Mentre a poca distanza in un’altra chiesa, la Matrice, intitolata al protettore san Michele, ha inizio una funzione chiamata ‘missa a la storta’, l’altare è completamente disadorno, non c’è benedizione.

La liturgia quaresimale è nel vivo. La fine della vita terrena di Cristo è stata ormai celebrata. Ci si appresta a rinnovare il pianto e il dolore di Maria. S’è fatto tardi, è l’ora della via crucis e dell’Addolorata. Le persone si radunano davanti alla Chiesa. La piccola statua di Maria, vestita a nero, con i lunghi capelli nascosti e con un vistoso pugnale conficcato nel petto, percorre tutto il paese, anche le stradine più strette, accompagnata dalla folla muta; chi non è alla processione, vi partecipa silenzioso da balconi e finestre. I più vicini alla Madonna accompagnano il mesto corteo recitando il rosario. E’ un funerale vero e proprio. La banda suona musiche tristi. Il venerdì santo è il giorno più brutto dell’anno. Ma poi arrivera’ la Pasqua.
 
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