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» 2008-03-16 10:05
Peci, il grande assente che pero' aveva le carte
di Paolo Cucchiarelli

ROMAR - A 30 anni dalla vicenda Moro il "grande assente" nelle celebrazioni e nelle ricostruzioni del rapimento e della morte del Presidente della Dc è il più importante pentito delle Br, Patrizio Peci, che diede le prime e più rilevanti indicazioni sulla vicenda. Da molti anni Peci vive in una regione del Nord coperto da una nuova identità. Peci è un protagonista silente e assente in questo trentennale. Un uomo che ha fornito il "calco" della ricostruzione del rapimento della prigionia e della morte di Moro e su cui si sono strutturate le successive affermazioni dei dissociati e dei pentiti che, in gran copia, l'hanno seguito. Nelle sue mani, quando venne arrestato il 19 febbraio 1980 a Torino i carabinieri trovarono alcuni scritti autografi di Aldo Moro provenienti dalla "prigione del popolo" e almeno uno dei dossier che il presidente della Dc portava nella borsa la mattina del rapimento, il 16 marzo 1978. si tratta di un dato certo che però non è mai stato approfondito in sede giudiziaria o di analisi della vicenda e che conferma l'importanza di questo personaggio che è stato come "sottratto" alla ricostruzione canonica della vicenda Moro. L'indicazione sulle carte di Moro in mano a Peci è riportata nella prima sentenza del processo Moro e non è mai stata evidenziata nei molti saggi e nelle ricostruzioni della vicenda essendo pacifico che le carte del Presidente Dc vennero trovate dagli uomini di Dalla Chiesa solo nella base di Milano, di via Monte Nevoso, solo nell'ottobre 1978, dopo il blitz che portò all'arresto di diversi brigatisti e dietro un pannello dello stesso covo, dopo un ritrovamento del tutto accidentale, nel 1990. Il superpentito inoltre è stato il primo a parlare di Firenze come luogo da cui venne "diretto" il sequestro del presidente della Dc dato che il "comitato esecutivo" delle Br, rivelò per primo, si riuniva "in una villa appena fuori Firenze". Nell' aprile del 1980 i giornali, citando fonti ufficiali, attribuirono a Peci dichiarazioni sull' esistenza di un vertice occulto delle Br, composto di pochi uomini, uno-due, che guidavano le campagne della stella a cinque punte. Unico tramite tra la struttura militare e quella "pensante" era Mario Moretti.Di Peci si è scritto- autorevolmente- che fosse lui "l'infiltrato" del generale Dalla Chiesa nelle Br, come lo definì l'allora Presidente della Commissione d'inchiesta sul caso durante una audizione del generale. Di certo Peci fu il primo e più devastante pentito e Sergio Spazzali, avvocato difensore delle Br, sostenne che era stato arrestato, convinto a collaborare da Dalla Chiesa e poi rilasciato. Anche Massimo Caprara, giornalista sempre molto informato e addentro nelle segrete cose della Repubblica sostenne che Peci era stato arrestato due volte e che era lui il misterioso "Maurizio Altobelli" che soggiornò nella casa di via Montalicini poi identificata come la prigione di Aldo Moro. Due mesi dopo l'arresto di Peci la stampa suggerì, in base alle indiscrezione sui verbali, che il Br fosse in via Fani. La cosa venne smentita ma la sua ricostruzione dell'agguato in commissione Moro fu tra le più emozionate e palpitanti. Dopo le indiscrezioni sulla presenza in via Fani i verbali di Peci diedero vita ad un rilevante incidente: vennero diffusi dal vice direttore del Sisde, Silvano Russomanno. e pubblicati da "Il Messaggero". Nel 1981 il fratello di Patrizio, Roberto Peci, venne rapito dalle Br di Giovanni Senzani, "processato" e fucilato dopo 54 giorni, gli stessi della durata del rapimento Moro. A pagina 350 della prima sentenza Moro, dopo aver descritto tutta la carriera di Peci nelle Br, la sua attività e le modalità del suo pentimento si scrive: "Al termine della intera 'operazione' in possesso dei brigatisti di Torino erano rimasti ALCUNI DOCUMENTI scritti nel periodo del sequestro dall'onorevole MORO, nonché MATERIALE RINVENUTO NELLE BORSE TRAFUGATE IN VIA FANI, TRA CUI UN PROGRAMMA SULL' ORDINE PUBBLICO E SUL COORDINAMENTO TRA POLIZIA-CARABINIERI, custodito in copia probabilmente da Di Carlo Salvatore nell' appartamento di Via Sansovino 25, dove lo stesso Peci aveva trovato ospitalità allorché era stato costretto ad abbandonare l' alloggio di corso Lecce e quello di Michelinò'". Nel volume autobiografico "Io, l' infame", Peci afferma di avere avuto delle carte di Moro ma sostiene di averle bruciate trattenendo un solo documento. "A noi della colonna di Torino - scrive nel volume edito anni fa da Mondadori - furono dati da conservare alcuni documenti di Moro, perché avevamo una base sicura a Biella. C' era un programma sull' ordine pubblico e sull' ordinamento carabinieri-pubblica sicurezza che conservammo. BRUCIAMMO INVECE ALCUNE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE SCRITTE DA MORO durante la prigionia, perché non avevamo alcuna importanza politica; una specie di testamento al quale regalava alcuni piccoli oggetti: una penna da regalare alla nipotina, eccetera. Ripensandoci fu brutto bruciarli. Avremmo potuto essere meno brutali e mandarli alla famiglia". Dai riferimenti si tratta delle lettere e dei testamenti scritti nei primi di aprile del 1978 da Moro e ritrovati - in copia- a Monte Nevoso nell'ottobre del 1990. Nessuno ha mai chiarito fino in fondo quali e quanti siano effettivamente i documenti di Moro che Peci portò "in dote" al momento del suo arresto o che vennero ritrovati grazie alle sue rivelazioni che falcidiarono, in tutta Italia, il gruppo terroristico nella primavera del 1980.