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» 2008-03-16 10:04
Moro: non solo politico e statista, anche giornalista
di Enzo Quaratino

ROMA - "Aldo Moro sosteneva che 'siamo tutti impegnati, ognuno a suo modo, a escludere cose mediocri per far spazio a quelle grandi': questa tensione compare soprattutto nei suoi articoli giornalistici, che iniziò a scrivere dal 1937, ancor prima di laurearsi, su 'Azione Fucina', e che continuò a proporre con continuità fino al sequestro e alla morte". Così Antonello Di Mario, autore di un recente volume su Moro giornalista ('L'attualità politica di Aldo Moro negli scritti giornalistici dal 1937 al 1978' Tullio Pironti Editore), propone quel che emerge dalla pubblicistica morotea. "Quando Moro fu rapito - racconta Di Mario - in una delle sue borse furono trovate le bozze di un articolo per 'Il Giorno' che fu pubblicato postumo. Moro aveva cominciato la collaborazione con il quotidiano milanese, diretto da Gaetano Afeltra, nel 1972 per avere un rapporto diretto con i lettori, al di là dei tradizionali canali offerti dalla politica. E dalla sua pubblicistica emerge il profilo di un uomo che ha fatto del dialogo il valore di riferimento del suo impegno sociale". A 30 anni dal sequestro e dall'uccisione dell'allora Presidente del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana quegli scritti - secondo Di Mario - rappresentano ancora "un punto di riferimento per la crescita civile e politica del Paese. 'Non esiste democrazia - scriveva Moro - senza verità e giustizia. Senza questi due valori e' come se la democrazia poggiasse sulla sabbià. Si tratta - dice Antonello Di Mario - di una testimonianza di vita, oltre che giornalistica. Moro si rivolgeva ai giovani cattolici, usciti dalle asprezze della dittatura fascista e prendeva spunto dall'insegnamento presente in 'Umanesimo integrale', di Jacques Maritain, un testo tradotto da monsignor Giovan Battista Montini, che diverrà poi Papa Paolo VI. Quel libro diventò il sestante di alcuni gruppi che si apprestavano a diventare classe dirigente, a ricostruire il Paese che aveva sofferto la guerra, ad agire associando la cultura alla formazione e all'impegno politico". Dalla pubblicistica di Aldo Moro emerge anche un altro profilo del carattere, quello dell'educatore. "La moglie Eleonora - spiega Di Mario - è sempre rimasta convinta che la vera vocazione del coniuge fosse quella dell'insegnante. Dagli scritti di Moro emerge il grande valore che attribuiva alla educazione e alla conoscenza, quasi come un elemento di riscatto rispetto al disagio. Ma Aldo Moro era un insegnante atipico: non solo teneva lezioni di diritto, ma si interessava alla vita dei suoi studenti; era attento alle loro problematiche personali e familiari; li invitava alla Camera per seguire i lavori parlamentari nelle fasi in cui guidava l'esecutivo. Era il segno di una profonda vicinanza. Il giorno in cui venne rapito, aveva in programma la discussione di dieci tesi di laurea che aveva con sé in auto e che furono ritrovate insanguinate. Da prigioniero chiese alla famiglia di scusarsi con i suoi studenti. Aveva, inoltre, una dote 'speciale' ed oggi sempre più rara: una grande capacità di ascolto, si appassionava alle persone. Ognuno era al centro della sua attenzione. Era curioso, voleva sapere, cercava il confronto, il dialogo. E, dai suoi articoli, emerge anche come riusciva a comprendere le trasformazioni sociali. Aveva compreso il rilievo del Sessantotto, che si annunciava tempi nuovi. Quell'anno, prima di lasciare Palazzo Chigi, al termine del suo terzo governo, convocò le organizzazioni giovanili studentesche per capire da loro come interpretavano quel cambiamento". Anche dagli scritti giornalistici di Aldo Moro - a prere di Di Mario - è possibile ricavare una eredità. "Consiste nel fatto - spiega - che non si è mai nascosto la verità: ha sempre creduto nel principio che ogni individuo ha un suo spazio di libertà all'interno del quale esercitare la sua funzione di testimonianza, di azione politica, di ruolo attivo. Anche quando era prigioniero dei suoi aguzzini, Moro riusciva a trovare uno spazio di libertà e testimonianza: in ciò che scriveva c'era sempre una prospettiva e un dialogo che cercava di tessere. Quelle lettere, scritte in uno spazio ristretto e in una condizione di sofferenza, appartengono in pieno alla pubblicistica di Aldo Moro e riflettono il suo stile e i contenuti di un uomo politico, ma non solo, che ha un'anima e che mantiene la propria fede".